Acceso: 21 aprile, 2013 In: #nonpertinente, Parole, Visioni

Di “Zero Dark Thirty” avrete sentito parlare anche troppo. E a ragione, perché è un bellissimo film, qualcosa che durerà nel tempo.

locandinaIl film ricostruisce le vicende salienti che, in un decennio cruciale per la nostra storia recente, hanno portato, poco dopo la mezzanotte del 2 maggio 2011 (dall’ora dell’operazione militare deriva proprio il titolo del film), all’eliminazione dello sceicco universalmente noto come Osama Bin Laden, riconosciuto ispiratore e principale finanziatore degli attentati dell’11 settembre. Un manipolo di agenti della CIA dislocati per lo più in Afghanistan e Pakistan è impegnato nella raccolta di informazioni sul campo: si tratta di dare la caccia ai principali esponenti di una complessa organizzazione terroristica diramata in tutto il mondo musulmano, interrogarli e incrociare le informazioni raccolte; ma non solo: occorre passare giornate intere davanti ad un computer per tracciare movimenti di denaro, monitorare conti correnti, leggere email, localizzare telefoni cellulari. Il tutto complicato dalla lingua, da articolate parentele, da false piste e (grazie alla collaborazione di molte diplomazie mondiali) perfino dalla sovrabbondanza di segnalazioni. Alla fine, come sappiamo, dopo anni di guerra e di silenziosa indagine il cerchio attorno a Bin Laden si è ristretto ad un esiguo numero di collaboratori fidati, dei quali spesso si possedeva una sola fotografia sgranata e nemmeno tanto recente. Cosa che ha contribuito a rendere leggendaria quella che rimarrà per molto tempo come la più importante caccia all’uomo della storia.

Partendo dai fatti storici, Katryn Bigelow e il suo sceneggiatore Mark Boal costruiscono una storia lineare e priva di orpelli emotivi, scandita da pochi episodi chiave che tutti conserviamo nella memoria e che, purtroppo, coincidono spesso con attentati terroristici. Una storia tesa ma mai difficile da seguire, pur nel susseguirsi di nomi di origine araba, rigorosa e resa filmicamente con una pulizia rara. Il film ha ricevuto un’ottima accoglienza da parte della critica, è stato nominato per cinque Oscar (incluso miglior film) e per quattro Golden Globes, dove Jessica Chastain (che interpreta l’agente Maya, protagonista della vicenda) ha trionfato come miglior attrice. Ha raccolto anche non poche polemiche per la messa in scena esplicita (ma mai disturbante) dei violenti interrogatori ai quali venivano sottoposti i prigionieri catturati: vere e proprie torture, dalle quali più tardi il presidente Obama ha preso le distanze. Fatto sta che il film parte proprio di qui, dalle scarse, confuse informazioni che i prigionieri interrogati rilasciano all’agente Dan (il bravissimo Jason Clarke), un esperto di “tecniche potenziate di interrogatorio”, secondo l’eufemismo della CIA, alle quali assiste impietrita l’agente Maya, ancora fresca di laurea, spedita in Afghanistan nel 2003 per unirsi al gruppo di agenti impegnati nella caccia a Bin Laden.

Maya è una donna esile, dal pallido viso privo di trucco costantemente percorso da una tensione palpabile. Impara ben presto le tecniche di interrogatorio di Dan e passa oltre. Le sue mani scheletriche si contorcono, perde peso e sonno, rinuncia ad una vita privata: incarna alla perfezione l’ossessione di una nazione ferita a morte per la cattura del responsabile delle violenze dell’11 settembre. La sua determinazione, la dedizione al lavoro e alla causa sono ferree e avranno la meglio su tutto e su tutti, superiori compresi. In un mondo prevalentemente maschile, Maya ci appare dotata di un intuito e di una tenacia che intuiamo fin da subito essere gli ingredienti mancanti. Per otto anni vivrà in Afghanistan, seppellita negli uffici allestiti presso l’ambasciata americana, impegnata a dare un nome e un volto a quello che ha intuito essere il più fedele corriere di Bin Laden. Alla fine avrà la meglio sullo scetticismo di colleghi e superiori: la sua pista si rivelerà quella decisiva per l’individuazione del nascondiglio del capo di al-Qaeda.

La regia sposa opportunamente l’estetica rigorosa del documentario. Si apre con un fotogramma nero, mentre ascoltiamo una rapsodia di drammatiche registrazioni telefoniche risalenti a martedì 11 settembre 2001: scelta quanto mai opportuna di fronte a un evento mediaticamente sovraesposto e cannibalizzato all’eccesso. Chiarite le premesse, possiamo passare alle torture perché inevitabilmente violenza chiama violenza. Poi la Bigelow butta la sua protagonista nell’agone e di lì scandisce date e luoghi e, da un certo punto in avanti, introduce titoli più evocativi (come “errore umano” o “canarini”) utili a ripartire meglio la materia. Attenzione però: piglio documentaristico non vuol dire assenza di emozioni. Solo che non sono le emozioni spesso a buon mercato a cui il cinema ci ha abituato. Una scena sinceramente emozionante è quella dedicata a come i Navy Seal arrivati in Afghanistan trascorrono il tempo in attesa del nulla osta per l’operazione militare; come pure il silenzioso volo notturno in elicottero che apre l’operazione militare.

Più in generale possiamo dire che “Zero Dark Thirty” suscita e alimenta una tensione, una fibrillazione emotiva che sfocia non tanto nelle lunghe sequenze dedicate all’operazione militare notturna con la quale il manipolo di Navy Seal ucciderà Osama Bin Laden (che peraltro nemmeno vediamo in faccia) ma dopo. Dopo anche che Maya avrà riconosciuto il corpo dello sceicco saudita, quando salirà a bordo dell’aereo militare incaricato di riportarla in patria e, sola nella pancia vuota del cargo pronto al decollo, una Maya col volto rigato da lacrime silenziose lascia senza risposta la domanda dell’ufficiale che la accoglie: “Dev’essere una persona importante visto che ha l’aereo tutto per sé. Dove vuole andare?”. Perché l’ossessione per la cattura di Bin Laden, dal momento che sappiamo come si è conclusa la vicenda, pone drammaticamente sul tavolo fin dall’inizio la questione del dopo.

Qui sta l’idea forte alla base di “Zero Dark Thirty”: concentrare ogni sforzo su una sola piccola donna senza passato con la quale tutti possiamo identificarci. Per la quale, alla fine di tutto, diviene arduo e angosciante ipotizzare un futuro, che è poi il futuro di una nazione e di una fetta di mondo che ha preso coscienza che vincere una battaglia non significa vincere la guerra, né vincere una guerra può significare eliminarne la possibilità futura. Ecco perché “Zero Dark Thirty” si conclude e insieme non si conclude, lasciando molti di noi sgomenti di fronte alla triste necessità della violenza per far fronte ad altra violenza. E ci consola solo in parte la proporzione che lega le due.