Acceso: 5 gennaio, 2013 In: Blog, Parole, Visioni

Un godimento per gli occhi, giusto un po’ freddo. Una storia che incatena e tanto mal di mare. Ang Lee è pieno di risorse (e di soldi), ma se lo avesse girato un giovane regista affamato e pieno, anziché di soldi, di inventiva?

vita_di_pi_Suraj_Sharma1-56571144Piscine Molitor Pater è un ragazzino indiano in perenne ricerca spirituale, ricerca che sembra trovare una meta quando riceve il battesimo cristiano. Come forse lascia intuire il suo nome, Piscine detto Pi è un grande nuotatore, nonché una mente brillante con una buona predisposizione per i numeri. Divenuto adolescente si innamora, scopre la musica, ha tutta la vita davanti. Ma le condizioni economiche costringono il padre, proprietario di uno zoo, a trasferirsi in Canada, dove intende vendere i suoi animali. Così tutta la famiglia Patel si imbarca per attraversare il Pacifico. Ma una tempesta notturna sorprende il bastimento, che affonda. Pi riesce a mettersi in salvo su una scialuppa insieme ad una zebra. Presto la scialuppa accoglierà un orango e si scoprirà popolata anche da una iena e da una tigre del Bengala. Iniziano così 227 lunghi giorni di oceano che Pi trascorre in compagnia della tigre (Richard Parker), dopo che questa ha sbranato gli altri occupanti.
Non per fare il solito snob, ma vidi i primissimi film di Ang Lee al cinema, da adolescente, nei vari cineforum che frequentavo. “Il banchetto di nozze”, “Mangiare bere uomo donna”, “Ragione e sentimento”… Poi con le opere che gli hanno dato la fama lo abbandonai, per lo stesso motivo per cui non leggo romanzi pubblicizzati con la fascetta: perchè, evidentemente, non li ho scoperti io. Diventa quindi difficile recensire il film di un regista che non conosco, non per come è conosciuto adesso, o che conoscevo quindici anni fa. Per questo mi limiterò a dire che Vita di Pi, del quale ero stato tentato di leggere il romanzo di Yann Martel, è un godimento per gli occhi, provoca il mal di mare, angoscia e manda in estasi e ha un finale che sicuramente funzionava meglio nel libro perchè filmicamente è zero mentre a livello romanzesco (dopo ore di solitaria lettura senza pop corn e coca cola) ha un potenziale dirompente che indigna o illumina. Nel film non indigna nè  illumina, lo si accetta con fatalismo, come un dato di fatto, il colpo di coda di un Kaufmann mancato e un po’ si rimpiange di aver visto il film che si è visto e non l’altro. O forse la forza di ques’ultimo sta proprio nel fatto che è rimasto in potenza, sotto pelle diciamo, chissà. Lo so, mi sono incartato: guardate il film e POI rileggete queste righe.
Ho apprezzato le dosi massicce di tecnologia sempre al servizio della storia e ho resistito alla tentazione di immaginarmi una versione di Vita di Pi a basso budget, messa in mano ad un giovane regista affamato e pieno di idee. Perchè qui senza tecnologia digitale non si fa nulla, neanche i titoli di testa. E allora ben venga questo nuovo Ang Lee che fa convivere tradizione e postmodernismo, tecnologia digitale e ricerca spirituale, uomo e donna, ragione e sentimento. Intanto, però, vorrei rividere “Il banchetto di nozze”.