Acceso: 2 aprile, 2013 In: #nonpertinente, Blog, Parole, Visioni

Protagonisti di “Upside Down” (nelle sale dal 28 febbraio) sono Adam e Eden (Jim Sturgess e Kirsten Dunst), novelli Romeo e Giulietta di una pellicola romantico-fantascientifica che è sì molto romantica ma…

movie_picture_upside-down-528x360Nonostante l’ambientazione e il massiccio uso di computer grafica, “Upside Down” è solo in senso lato un film di fantascienza. Semmai ha molto della favola. Il film infatti, come ogni favola che si rispetti, parte da lontano, dalla scintilla che ha dato origine all’universo. Nel buio siderale affollato da galassie effervescenti ed errabondi pianeti, mentre attacca una (bella) colonna sonora che non ci darà un attimo di tregua, ascoltiamo la voce di Adam che in prologo ci racconta, con la voce venata di tristezza come se tutto dovesse finire in tragedia, la bizzarra storia di due pianeti gemelli (quasi siamesi si scoprirà ad apertura di sipario), la cui vita simbiotica è regolata da tre leggi. Primo, ogni corpo è soggetto alla gravità del pianeta dal quale proviene, non dall’altro. Secondo, la gravità alla quale è soggetto può essere compensata da un equivalente peso proveniente dall’altro pianeta, che prende il nome di materia inversa. E terzo, il contatto tra materia e materia inversa genera calore, e infine fiamme.
Mondo di sopra e mondo di sotto non possono quindi comunicare. Ma una onnipresente e tentacolare multinazionale che ha sede in un mastodontico grattacielo che, innalzandosi al di sopra di ogni altro edificio (e montagna, a quanto pare), congiunge due città, la TransWorld, ha trovato il modo di sfruttare le risorse di un pianeta a favore dell’altro, ricompensandolo coi propri rifiuti. Gli abitanti delle città gemelle che si estendono ai piedi del grattacielo (parola quanto mai impropria!) della TransWorld non godono della vista di cieli infiniti e di notti stellate ma di un’altra megalopoli. E così pure, le montagne si specchiano su altre montagne, la campagna su altra campagna e i mari su altri mari. Nel mondo di sotto (quello povero e inquinato) vive modestamente il giovane e inventivo Adam, che custodisce nel proprio cuore il ricordo di una ragazzina del mondo di sopra conosciuta nel punto in cui le cime di due montagne arrivano quasi a sfiorarsi, tra venti perenne e nuvole vorticanti, in una sorta di intramontabile luce crepuscolare, romantica e iridata. Ma un incidente provoca la loro brusca e apparentemente definitiva separazione. Fino a quando Adam non rivede Eden in televisione e apprende così che la giovane donna (sono passati dieci anni dalla loro separazione) lavora alla TransWorld. Adam si fa assumere dalla multinazionale e finisce in un cubicolo al piano zero del colossale edificio che fa da ponte tra i due mondi, vale a dire a metà strada esatta tra i suoli dei due pianeti, dove anche il soffitto è tappezzato di scrivanie e impiegati dediti ai progetti più disparati. Quello di Adam, una crema anti invecchiamento, sfrutta un ingrediente segreto capace di influire, seppur temporaneamente, sulla forza di gravità che gli ha fatto conoscere sua zia Becky, custode di un misterioso libro di intrugli che le donne della famiglia si tramandano da generazioni. Adam escogiterà un metodo ingegnoso per passare al mondo di sopra e incontrare la sua Eden, che però…
Sono d’accordo: fin qui potrebbe sembrare una sceneggiatura di Charlie Kaufman o di Michel Gondry. E invece no. “Upside Down” è scritto e diretto da Juan Diego Solanas, regista argentino figlio d’arte che con questo film dimostra una grande inventiva, un eccezionale istinto visivo per gli scenari grandiosi e senso del ritmo ma che deve ancora lavorare sulla scrittura e, soprattutto, deve trovare il coraggio di chiedere di più alle proprie storie.
Date le premesse ho passato la prima mezz’ora del film a chiedermi quando, fatalmente, la storia sarebbe incappata in una incongruenza tale (e che solo io naturalmente avrei potuto notare) da inciampare sui propri piedi. Ma questo non è successo. È vero, ci sono diverse piccole incongruenze, la prima delle quali prescinde dalle leggi prima enunciate; ovvero che – tenetevi forte – in questo duplice mondo dove convivono con disinvoltura vecchie e nuove tecnologie (funicolari e computer, stufe a legna e lettori di badge, carcasse di dirigibili e auto degli anni settanta) non esistono telecamere a circuito chiuso, in modo che Adam può passare indisturbato tra il sotto e il sopra. Nulla di disturbante, però. Poi ho passato la seconda mezzora chiedendomi quando la tensione latente tra i due mondi sarebbe sfociata in conflitto aperto. Già, perché la disparità tra i due mondi (invero più enunciata che documentata) mi è da subito parsa troppo bruciante per restare sullo sfondo. Ma anche qui sono rimasto deluso. Infine, dopo una iniziale, congenita diffidenza dovuta al massiccio uso di computer grafica, ho guardato il resto del film abbandonarmi alle immagini spettacolari delle quali è pieno.
Perché una cosa è certa, “Upside Down” è un’opera decisamente visiva e altamente, programmaticamente estetizzante, e il solo trailer basta a capirne la qualità da questo punto di vista. È un distillato di bellezza visionaria “immune dal desiderio di spettacolarità e da ogni mania di grandezza, eppure gradevolmente pregnante, illuminato dalla luce di un’anima delicatamente immersa nel senso del miracolo” (OGM su Cinerepublic). Il regista commissiona due diverse fotografie per i due mondi, con dominanti cromatiche differenti che rendono fisicamente percepibile la sensazione di un sopra (più arioso e pulito, più leggero e high tech) e di un sotto (più inquinato e più cupo, più pesante e fatiscente) – anche se sopra e sotto, tecnicamente, sarebbero termini relativi. E mentre di sotto piove quasi sempre, di sopra si vive immersi in una calda e morbida luce crepuscolare. Ma – ahimè – il regista rimane concentrato sulle astuzie di Adam in lotta contro la doppia gravità e le relative leggi, senza mai approfondirne i risvolti sociali, ovvero i motivi per cui, ad opera di quella che appare a tutti gli effetti una multinazionale generalista, si è instaurato un legame parassitario tra i due mondi e le implicazioni del massiccio sfruttamento operato da un mondo a scapito dell’altro. Almeno in questo senso il film è un’occasione mancata.
Lo dico francamente, come un consiglio: il solo modo di godersi il film è scordare ogni complicazione intellettualistica, ogni ingarbugliamento della trama (oggi così frequenti), ogni speranza di critica sociale. Scordatevi anche i maledettismi vampireschi e le sfumature più o meno grigie. Adam e Eden sono puri e luminosi, generosi e romantici – in più Kirsten Dunst sorride con tutta sé stessa e Jim Sturgess indossa le bretelle e allaccia anche l’ultimo bottone della camicia. State per guardare una storia d’amore pura, lineare e senza sbavature “che non prevede metafore o significati reconditi, perché, anche nella fantasia, ogni cosa parla disinvoltamente da sé, a chiare lettere, e senza secondi fini” (sempre OGM su Cinerepublic). Occorre quindi mettersi in ascolto come un bambino al quale si racconti una favola. Perché questo è, in fondo, “Upside Down”: una favola moderna di amore impossibile musicata con accanimento in confezione extra lusso, appena penalizzata da un finale frettoloso merito di un deus ex machina avvenuto dietro le quinte, mentre noi gioivamo intimamente del tanto sospirato ricongiungimento di Adan ed Eden.

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