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Acceso: 5 maggio, 2017 In: #latinlover, #nonpertinente, Parole

Lo scorso inverno, riordinando alcuni documenti, mi è capitato tra le mani un foglio contenente il riepilogo dei miei esami universitari. Elencati sinteticamente c’erano tutti i corsi frequentati e il relativo voto (non la data della prova, peccato). E’ stato come essere buttati in piscina a tradimento. La prima cosa che ho pensato è stata: cielo, quanto tempo sprecato! Ho messo il foglio da parte e sono passato ad altro. Tempo un minuto e mi sono (mentalmente) schiaffeggiato da solo. Tempo perso? Sul serio ero disposto a credere che quello fosse stato tempo sprecato? Il tempo che attualmente passo scorrendo i feed di Instagram e di Facebook, quello sì che può essere (per un buon 80%) considerato sprecato, non certo gli anni della mia giovinezza che quello scarno elenco di voti espressi in trentesimi compendiava.

Mi sono iscritto all’università di Bologna nel 1997. Lettere moderne, indirizzo filologico. Via Zamboni era un dormitorio a cielo aperto: punkabbestia, barboni, giramondo, tutti immancabilmente muniti di cane. Arrivando presto la mattina, camminando sotto i portici capitava di dover scavalcare qualche sacco a pelo. Qualcuno vendeva biciclette ancora legate con catena e lucchetto: stazionava accanto al mezzo e ti chiedeva se lo volevi comprare. In pratica si faceva pagare per scassinare una serratura. Il resto erano affari tuoi. Non vivendo a Bologna, andavo e tornavo ogni giorno coi mezzi: quattro treni in tutto, quasi tre ore di viaggio al giorno in balia delle ferrovie dello stato modalità interregionale. Per fortuna le mie sostanze durarono un anno. Alla fine del 1998 già lavoravo come commesso in un supermercato dove venivo apostrofato con la parola “capo” dai clienti fissi, indossavo un camice che a inizio turno era bianco e a fine turno grigio e tutto ciò di cui avevo bisogno per fare il mio lavoro era un taglierino di plastica.

Mi sono laureato il 15 marzo del 2005, nel 2049° anniversario delle famigerate, cesarcide idi romane. A quell’epoca lavoravo da un anno. Lavoravo sul serio, intendo. Non che nei sei anni precedenti fossi stato con le mani in mano, certo: dopo il supermercato avevo fatto il fotografo di matrimoni, il redattore di una piccola rivista cattolica e il grafico. Senza dimenticare gli esami rubricati nella lista di cui sopra. La cui media, sommata al punteggio della tesi con una formula che per qualche giorno mi aveva tormentato per la sua inutile astrusità, mi era valsa un bel 110 e lode all’esame di laurea.

Quel giorno dello scorso inverno, scorrendo gli esami mi sono detto che sì, forse, tra tutti i corsi che avevo frequentato (inclusa geografia umana) quello di latino sì, quelle erano state davvero ore sprecate. Per non parlare del corso di didattica del latino o del seminario di epigrafia romana. Forse avrei fatto meglio a spendere tutto quel tempo studiando inglese, viaggiando in paesi anglofoni (e con quali soldi, poi?), andandomi a cercare un lavoro (e magari una ragazza) in paesi anglofoni remoti e assolati (l’Australia, per capirci). Dopotutto nella vita di ogni giorno l’inglese è indubbiamente più utile del latino, specie nell’era di internet. Eppure, se devo essere onesto, quello che più spesso mi capita nella vita di tutti i giorni è sentir risuonare, per una buona metà delle parole che ascolto, l’eco del rispettivo antenato latino. E questo anche per molte parole inglesi di cui sembriamo non poter fare a meno, come computer (da computāre) o monitor (da monēre) o wetransfer (dato che transfer deriva da transfēro). E questo non c’entra nulla con le aride parentele stabilite dai linguisti. C’entra con l’amore, quel sentimento vietato che, durante gli anni dell’università, è cresciuto dentro di me per la lingua dei Latini.

Più o meno nello stesso periodo ho leggiucchiato piuttosto distrattamente l’ultimo libro di Ivano Dionigi, ex rettore dell’Università di Bologna e insigne latinista. Il libro, intitolato “Il presente non basta”, racconta con passione e competenze infinite “la triplice dimensione – o meglio la triplice eredità – di cui il latino ci mette a parte: il primato della parola, la centralità del tempo, la nobiltà della politica”. Niente di meno. A dire il vero, nonostante la passione di Dionigi e la profondità delle sue riflessioni, è soprattutto con distacco che ho letto il suo libro: in fondo trattava un argomento che sì conoscevo bene ma che non mi riguardava più, un capitolo della mia vita chiuso per sempre.

Tempo un mese e in libreria mi sono trovato faccia a faccia con un altro saggio del medesimo tenore: “Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile”, di Nicola Gardini, insegnante e traduttore. Nel libro (di un certo successo, pare) Gardini intreccia ricordi, ritratti di autori classici, analisi letteraria, linguistica e semantica, scrivendo un canto d’amore per una lingua inutile ma subdolamente affascinante e forse addirittura necessaria: alla buona scrittura, al buon pensare, al nobile sentire, al retto agire.

L’idea pericolosa che mi hanno acceso queste letture, ora che posso permettermi di guardarla in faccia, è che, in una vita piena di cose inutili e imprescindibili (i social network, i videogiochi, il soft-air, i corsi di cucina vegana, il sudoku, il birdwatching, il down-hill, il modellismo, la bigiotteria fai da te), il latino poteva ancora essere una tra le più intelligenti, edificanti, divertenti, inutili e imprescindibili cose da fare nel tempo libero. Ecco, come sospettavo, il batterio senza nome nascosto tra le pagine di Dionigi.

E così ho capitolato. Ho riaperto una vecchia grammatica dei tempi dell’università e ho rimesso mano al pesante dizionario acquistato (per una cifra esorbitante) in prima liceo (adesso in realtà ne utilizzo una versione online). E la cosa, sarò sincero, mi sta piacendo. Parecchio.

Ho scoperto che per tutti questi anni mi è mancato: quel mondo di battaglie in campo aperto e ambasciate, di divinazioni ed eserciti in marcia, di episodi mitologici e descrizioni di costumi barbari, di sacrificio personale e sconsiderati atti di valore, il tutto narrato con grande parsimonia linguistica, per subordinate implicite e arditi incastri sintattici, con chirurgica precisione lessicale e una fine sensibilità per i significati non indubitabilmente veri, nell’immediato o in eterno.

Non so quanto ci metterò a stancarmi di Svetonio, Cicerone, Tacito e Curzio Rufo ma una cosa la so per certa: tutto il tempo della mia giovinezza speso studiando latino non è affatto andato sprecato. Non proverò a spiegarvi perché; no, non ho paura di essere preso per matto, né credo che non possiate capire, ovviamente. E’ solo che latinisti del calibro di Dionigi e Gardini l’hanno già fatto, in modi mille volte migliori di quanto potrei fare io. Sappiate solo che sottoscrivo ognuna delle appassionate parole che hanno dedicato a questa lingua inutile.