28Mag
Acceso: 28 maggio, 2017 In: #latinlover, #nonpertinente, Parole

Introducendo la sua traduzione del “Rebilius Cruso”, Francis William Newman scriveva che più l’insegnamento del latino si era fatto scientifico meno era diventato efficace, avendo parcellizzato il corpus letterario in una miriade di frasi di utilità puramente didattica. Poi, ovvio, c’era anche il problema del tenore dei testi proposti agli scolari: storiografia classica, descrizioni etnografiche di nulla utilità, favole e apologhi morali piuttosto frusti. Di qui l’idea di tradurre in latino un romanzo uscito alla fine del secolo precedente ma ancora di grande attualità, un’opera indubbiamente affascinante, nella quale gli alunni potessero immergersi.

Era il 1884, il mondo andava a passo di lumaca e il “Rebilius Cruso” altro non era che il “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe (1717).

Newman era convinto che “nessuna lettura di piccole parti di testo, per quanto scrupolosa, sarà mai efficace come una lettura più estensiva. E per rendere attraenti ai più letture di una certa lunghezza lo stile dovrà essere semplice e il contenuto affascinante“. Da allora questa convinzione non è mai venuta meno se anche oggi possiamo, volendo, leggerci comodamente tradotti in latino “Maria Poppina“, “Alicia in terra mirabili“, “Michael Musculus et lapis sapientiae” e perfino “Harrius Potter et philosophi lapis“. La traduzione di opere moderne o addirittura contemporanee di grande successo, specie tra i più giovani, si è anzi andata intensificando con l’inizio del nuovo millennio, complice forse la tecnologia digitale e un certo fascino carbonaro che il latino esercita sui giovani, sicuramente più nei paesi anglosassoni che in Italia.

Molte di queste opere, per la brevità dei testi e la presenza di illustrazioni, sono fumetti o storie per bambini: esistono tradotti in latino quasi tutti gli albi di Asterix, alcuni fumetti Disney e alcune antologie di strisce di Charlie Brown (“Linus de vita”, “Philosophia secundum Snupium”), l’opera omnia di Beatrix Potter e il bellissimo “Ubi fera sunt”, il capolavoro di Maurice Sendak. Esiste una pagina di Wikipedia che indicizza tutte le edizioni latine, citando traduttore e anno di pubblicazione.

Tornando alla prefazione del “Rebilius”, Newman si diceva convinto che si potesse attingere al vastissimo lessico dei classici latini anche per un’impresa come la sua. Altri termini gli venivano da una traduzione precedente, di un altro eminente studioso, che aveva sdoganato (per sempre immagino) la parola “ignipulta” per gun/moschetto (modellata su “catapulta”), “canones” per cannons/cannoni e “pistola” per – appunto – pistol/pistola. Se siete curiosi di vedere come può suonare un testo più moderno, ecco l’incipit di “Harrius Potter et philosophi lapis”:

Chiudendo la sua prefazione, Newman immaginava in futuro l’esistenza di una lingua universale del sapere. Facendo notare che il latino, grazie alla cristianità, era ancora studiato in Italia, Inghilterra, Francia, Germania, Spagna, Ungheria egli sembrava volerlo candidare a tale ruolo. Ma era abbastanza realistico da ammettere la possibilità che un giorno il latino potesse essere espulso dalle scuole. Chissà, magari il latino uscirà dalle scuole ed entrerà stabilmente in libreria, su di un piccolo scaffale della sezione “narrativa in lingua morta”. I lettori, si sa, sono persone bizzarre.