Acceso: 3 gennaio, 2013 In: Blog, Letture, Parole

Ha esordito nel 2010 con “La vita sospesa” che pare fosse molto bello. Io ho conosciuto Michela Tilli con questo suo secondo titolo, sempre pubblicato da Fernandel e accolto generalmente come la conferma di una premessa.

Tutti-tranne-Giulia_scaledownonly_638x458“Tutti tranne Giulia” si apre subito dopo il suicidio della Giulia eponima, figlia, moglie e madre di due figli a cavallo dei vent’anni. L’ambiente è quello altoborghese; la città, Monza. Nessun biglietto, nessuna spiegazione plausibile, nemmeno la sfida estrema di un gesto eclatante. Semplicemente, una dose massiccia di sonniferi, e l’ultimo respiro di vita esalato nella solitudine di uno studio affittato, la stanza tutta per sé della quale ognuno di noi ha bisogno. Di qui il peso della sua assenza, avvertito in modo diverso e speciale da ognuno di quelli che restano: l’anziana madre Teresa, il marito in crisi Giovanni, i figli Alice e Luca, lo psicanalista Da Col. E il maresciallo di Pietro, per nulla convinto dall’ipotesi del suicidio, ma alle prese, come i familiari, con una sconfortate assenza di indizi. A raccontarci le ore, i giorni e infine i mesi successivi alla morte di Giulia sono proprio costoro, i “tutti” del titolo, in una staffetta di domande, di sguardi, di rovelli interiori che la voce narrante è brava a caratterizzare e insieme amalgamare.

“Era una faccia che metteva in scena un novello stupore per un antichissimo inganno, la meraviglia del cacciatore caduto nella trappola, il sorriso amaro dell’artificiere che sente il clic della mina sotto il piede”.

Uno dei maggiori pregi del romanzo va senz’altro ricercato in una scrittura di grande qualità: precisa, solida, avvolgente, non succube del fascino della frase ad effetto (alla Baricco per capirci) ma comunque capace di bagliori poetici. Un altro punto di forza è l’acume psicologico del narratore, bravo nello scavo interiore dei personaggi come nella generalizzazione umana, che fa partecipe il lettore del destino dei personaggi. In particolare, di tutti i personaggi la Tilli è brava a mettere in luce la parte meno nobile, più egoista e forse proprio per questo più fragile. Un più per il personaggio del maresciallo Di Pietro, tenace e dolente, nostalgico e determinato. Un più per il risveglio del dottor Da Col, esercizio di scrittura rigoroso e mirabile che ad apertura di romanzo accoglie il lettore e lo fa prigioniero.

La mia perplessità più grande riguarda un’architettura che, pur interessante, parte da basi solide ma sembra restare incompiuta. Mi spiego meglio. Nell’anno che segue la morte di Giulia accadono molte cose, forse troppe. Nel fare i conti col vuoto lasciato da Giulia, ognuno deve rimettere in ordine ciò che rimane, spensieratamente in disordine, nella propria stanza tutta per sé. Pur non essendo lecito aspettarsi epifanie sconvolgenti, il lettore segue con crescente distacco le vicende dei personaggi. Il passare del tempo, specie dopo una tragedia, genera un sentimento postumo, da sopravvissuti, che la Tilli è bravissima a captare e trasmettere ma col tempo, a mano a mano che i personaggi prendono il largo e ripartono per il viaggio della propria vita lasciando Giulia a un inevitabile destino di oblio, il lettore si allontana con loro dalle vicende del romanzo, prende anch’egli silenziosamente congedo da Giulia e dal suo mistero.

Michela Tilli rimedia dando vita al maresciallo Di Pietro, segnato da vicende personali dolorose, separato dalla moglie ma con una remota possibilità di riconciliazione. E’ costui, in definitiva, con la sua indagine che è più la persecuzione di una questione privata che di una verità oggettiva, a tenere in tensione il romanzo. Insieme a un dubbio che invece è il dottor Da Col a dover affrontare: che il gesto di Giulia sia frutto di una scelta consapevole, di una convinzione filosofica, esistenziale. Nonostante questi due puntelli la struttura portante di “Tutti tranne Giulia” mi sembra indebolirsi sempre più. Se, con la sua polifonia, serve in maniera eccellente a raccontare la vita, non tiene in conto che raccontare è un atto creativo e in qualche misura sovversivo, alternativo se non antitetico alla vita così come la conosciamo, anche nel cosiddetto romanzo borghese. Ma, ci tengo a sottolinearlo, sono gusti personali. Michela Tilli preferisce in tutta legittimità un’altra strada, poco consolatoria, dura da accettare ma veritiera. Così aderente alla vita da fare male.

C’è chi a scritto che quella di Giulia è una presenza fortissima. Vero, se anche noi, come il dottor Da Col, ci facciamo tentare dal dubbio che la sua sia una scelta razionale, la conseguenza di un credo esistenziale; ma comunque falso. Giulia non c’è mai stata perché nessuno di coloro che restano può o vuole darcene un ritratto segreto, un ricordo sincero; nessuno si impegna troppo per cercare una risposta a quel perché che all’inizio incombe e alla fine fatichiamo a mettere a fuoco. Tutti sembrano troppo occupati a tentare di mettere ordine nella loro stanza tutta per sé, troppo impegnati a vivere, nonostante tutto. Tante perfette solitudini che il dolore ha avvicinato solo per un attimo. Questa, mi sembra, è la lezione più sincera del romanzo della Tilli. Questo esserci ancora tutti. Tranne Giulia.

Michela Tilli, Tutti tranne Giulia, Fernandel, 2012 Ravenna, pagg. 208, € 14. Disponibile anche in ebook.