25Nov
Acceso: 25 novembre, 2018 In: #nonpertinente, Pensieri sparsi

Lascio il posto fisso e inizio un nuovo lavoro. Da domani. In mezzo c’è un segmento brevissimo di tempo. Il momento cruciale in cui devi ripeterti per l’ultima volta: ok, questa cosa la so proprio fare. Facciamola.

Lo ricordo molto bene bene. Per un certo periodo della mia infanzia ho sognato di fare l’ingegnere. Capirai, giocavo a Lego tutti i pomeriggi, fino all’ora di cena, e disegnavo marchingegni che, nella mia testa, svolgevano compiti difficili e delicati. Più o meno come fa oggi mio figlio di sette anni. Io però stavo crescendo in un contesto altamente industrializzato, che era ancora in espansione e che prometteva (perché sembrava proprio una promessa) di farsi totalizzante. Ricordo campi molto estesi e case di campagna e porcilaie al posto di quelli che oggi sono comparti artigianali nemmeno tanto periferici. Per un po’ ho pensato che avrei contribuito a tutto quel crescere: progettando, calcolando, facendo rilievi sul campo, dirigendo cantieri.

Ma la mia (per fortuna o purtroppo) non è una storia di predestinazione. Ho cambiato idea molte volte su chi volevo essere e cosa volevo fare da grande. E mentre cambiavo idea, non stavo certo a guardare: sperimentavo e mi mettevo alla prova. Nel frattempo – va da sé – crescevo e studiavo; diventavo adulto e facevo un po’ di questo e un po’ di quello. E mentre imparavo a fare ora il fotografo, ora il grafico (poi un po’ di radio, un po’ di gavetta in una redazione composta di due persone, un po’ di scrittura) imparavo da ciò che facevo.

Già, ma cosa stavo imparando esattamente?

Se dal ventaglio delle possibili storie di formazione scartiamo la Predestinazione e la Conversione (mi sa che nemmeno quest’ultima fa al caso mio) non restano molti modelli nei quali identificarsi. Uno di questi è l’Apprendistato: Luke Skywalker che diventa jedi alla scuola di Yoda, per capirci. A conti fatti, penso che potrei definire la mia un’ordinaria storia di Educazione. O piuttosto di autoeducazione. Un archetipo che non è un archetipo perché ogni storia personale è una storia di educazione.

L’etimologia latina della parola lo rivela chiaramente: ex-ducere, condurre fuori. Educare è un processo di progressiva “estrazione” di ciò che nell’individuo già c’è, seppur in potenza, alla stregua di un seme, che contiene già tutto l’albero ma è qualcosa di molto più semplice, più piccolo e più fragile. Educare implica dunque un portare alla luce, un rivelare al mondo – e magari a se stessi. Sorprendendo per primi proprio se stessi, talvolta.

E dunque? Cosa stavo imparando con tutto quel fare e crescere, così intrecciati e a volte frenetici da non lasciarmi il tempo per pensare? Non lo so con certezza. Mi sa che, più di tutto, stavo imparando a conoscermi: sapete, farmi un’idea degli aspetti di me su cui avrei potuto contare e di quelli che presto o tardi avrebbero ceduto, familiarizzare coi miei sentimenti, oliare un po’ quei meccanismi interni che ci fanno agire ed essere (possibilmente a tempo), fare chiarezza tra le grandi categorie, quelle che iniziano con la maiuscola. Capite, no? Prendermi le misure. Bene. Conoscersi però è solo il primo passo. Poi – lo dice la parola, ricordate: e-ducare – bisogna anche tirarsi fuori, portarsi alla luce e dichiararsi. E a quel punto, quando ti sei puntato il dito addosso, beh, non è che puoi dire: “Scusare, mi sono sbagliato. Come non detto”.

Eccomi a una svolta cruciale del processo di estrazione di me stesso. Da domani farò il copywriter. Lascio il posto fisso, un’azienda multinazionale nella quale ho trascorso 14 anni, e inizio un’attività da libero professionista. No, non parto da zero, anzi. Però traccio una linea, ed è una linea di partenza, non certo di arrivo. Sancisco così un momento preciso, una tappa fondamentale di ogni percorso di maturazione personale prima che professionale. Il momento in cui, confortato da diversi segnali, decido (e mi dico, me lo dico proprio) che questa cosa della scrittura professionale, beh, mi appartiene proprio. La so proprio fare. È un momento che doveva arrivare. Nessuno me lo avrebbe detto al posto mio, nessuno lo avrebbe mai deciso per me. Spettava a me farlo.

Negli ultimi venti anni ho scritto in azienda e fuori dall’azienda: per amici, conoscenti, sconosciuti. Ho scritto per la radio, ho scritto narrativa, ho riscritto tesi universitarie che non erano nemmeno mie. Ho creato payoff, nomi e slogan per piccole realtà o per professionisti. Ho corretto bozze, revisionato romanzi non miei, dato pareri ad aspiranti scrittori. Ho lavorato su molti aspetti della scrittura e adesso questa cosa è troppo grande per starsene chiusa tra le mie quattro mura interiori. Un germoglio è piccola cosa, ma già troppo grande per il seme che fino a ieri lo ha custodito.

Finito questo post aggiornerò tutti i miei profili social. Farò presto: sono pochi campi di testo, poche parole da cancellare e poche da digitare, salva, chiudi. Nient’altro che parole. A pensarci bene ci sono nato, in mezzo alle parole, prima ancora dei Lego, e adesso ci ritorno. Forse allora mi sbagliavo. Forse è una storia di Ritorno, la mia. Di certo, dietro la parola copywriter, c’è un piazza in pieno sole e tutto quanto di me ho estratto da me stesso. Cavato fuori e messo in bella vista.