Acceso: 20 gennaio, 2013 In: Blog, Parole, Visioni

Un film imponente, non c’è dubbio. A soli 42 anni, con “The Master” Paul Thomas Anderson sforna il suo sesto lungometraggio ed è un’opera che si impone. Con tutto il suo peso.

14MASTER1_SPAN-articleLarge-v2America, primi anni Cinquanta. Freddie Quell è un reduce della Seconda Guerra Mondiale che è rimasto segnato dall’esperienza bellica. Beve strane miscele e distillati di sua invenzione, è ossessionato dal sesso ed è aggressivo e a causa della sua litigiosità perde un lavoro dopo l’altro. Si imbatte in Lancaster Dodd, scrittore, filosofo, scienziato e pensatore, autore di un tomazzo – La Causa – che sta alla base di alcune bizzarre teorie esistenziali che prevedono l’uso dell’ipnosi (anche se lo scopo è de-ipnotizzare l’individuo risvegliandolo a una nuova coscienza di sè e del mondo) per ricercare passate incarnazioni del proprio spirito. Attorno a Dodd, familiari, adepti e finanziatori costituiscono il primo nucleo di una sorta di setta già sotto il mirino di parte dell’opinione pubblica. “Prendete in mano la vostra vita” è una delle prime perle di saggezza che ascoltiamo dalla bocca di Dodd. È proprio quello che non riesce a fare Quell che resta affascinato da Dodd al punto da accettare di diventarne il protetto e la cavia preferita.

ATTENZIONE – SPOILER PRESENTI!!! “The Master” procede per accumulo, costruito quasi solo sulle spalle di due personaggi dei quali Anderson sembra essersi innamorato già sulla carta e che resteranno nella memoria dello spettatore a lungo grazie ai loro superbi interpreti (entrambi candidati all’Oscar®). Per fare ciò sacrifica un personaggio interessante come la moglie di Dodd (Amy Adams, pure lei candidata all’Oscar®) e semplifica la trama come non siamo più abituati: anche se ci sono corsi e ricorsi esistenziali, qui si va da A a B, fine. Ne esce però un film complesso, sotto più punti di vista. È la storia di un teso rapporto di sudditanza (a volte reciproca) tra guru e adepto (o, in termini andersoniani, tra padre e figlio), ma anche il ritratto di una società, quella americana, uscita vincitrice ma ferita dal secondo conflitto mondiale; parla di una setta fondata su pratiche di manipolazione ipnotica e del diffuso bisogno di dare un senso alla propria vita; del rapporto necessario ma conflittuale tra libertà e istinto gregario; e parla, molto, di solitudine: quella del Maestro e quella dell’ultimo degli adepti. Per questo il film si presta quindi a molte interpretazioni. Di qui parte della sua complessità che, lo diciamo subito, rende impossibile una sintesi me insieme ne sollecita un’analisi.

Il regista si limita a privilegiare il rapporto tra Lancaster Dodd e Freddie Quell. Anche qui tuttavia procede per accumulo, senza una tesi, ripetendosi e sorprendendo, annoiando e ferendo, senza mai davvero colpire al cuore. Lo fa attraverso dialoghi memorabili, abbracci, scatti d’ira; e i suoi attori – la straordinaria, titanica accoppiata Hoffman-Phoenix – rispondono ai primi piani impietosi con performance che valgono una carriera: mimica, gestualità, chiaroscuri somatici, luci e ombre di sguardi diversamente inquieti. Alla fine le psicologie di entrambi restano piuttosto oscure, le motivazioni ancora da indagare. Nelle ultime scene del film Freddie Quell scimmiotta gli atteggiamenti di Lancaster Dodd con la compagna di letto di turno, disinnescandone il potenziale salvifico o distruttivo (a seconda dei punti di vista), e tornando come al sicuro rifugio di un grembo materno all’origine delle proprie nevrosi. L’ultima inquadratura è una delle prime del film che si chiude, almeno per l’adepto, in maniera circolare. Quanto a Dodd lo lasciamo posseduto dalla propria megalomania, ma solo: non più circondato da un salotto adorante e festevole di familiari e adepti ma seduto dietro una grande scrivania, in un salone simile ad una chiesa, con la moglie appostata nell’ombra, combattiva e inquietante.

“The Master” non è un film su una setta o sui meccanismi e le pratiche di adescamento e plagio. Non è nemmeno un film sulla fascinazione o sul bisogno di credere, anche se è assente ogni istanza di razionalità. Non spiega il successo delle sette, non ci mette in guardia, non denuncia. È piuttosto, come quasi tutti i precedenti di Anderson, un film sul bisogno e sulla violenza. Il bisogno è quello di normalità di Quell, una normalità desiderata nel momento in cui sembra promettere una vita piena (l’amore quasi illecito della giovane Doris ne è il simbolo) ma anche pretesa e imposta dall’apparato sociale. Ma anche Lancaster ci appare profondamente bisognoso: ha bisogno di un figlio sostitutivo che lo riconosca come autorità (si veda l’abbraccio tra Dodd-padre misericordioso e Quell-figliol prodigo), desidera un pugno di fango da manipolare e soffiare con un alito di vita nuova. Mentre la violenza è quella antica, innata, connaturata ad ogni uomo che certi contesti liberano, talvolta impunemente: è violenza il dominio sull’altro (ancor più se parliamo di dominio psicologico), e sfocia in violenza il cedere ai propri istinti. Bisogno e violenza dunque non identificano stabilmente né Lancaster Dodd né Freddie Quell ma si scambiano spesso nel film. E questo, abituati come siamo a certo cinema, rende ancor più problematico il film di Anderson.

Nel confronto finale Dodd appare colui che ha perso di più. Sembra sconfitto, e più solo rispetto a Quell. Costui, dal canto suo, ci appare in qualche modo cambiato. Rassegnato, domato, ha preso in mano la propria vita per quella che è: marginale, zoppa. Non sappiamo se è guarito, se ha messo nel suo futuro una visione (in grado di catalizzarlo quanto la sua Doris), come avrebbe voluto la moglie di Dodd, che a tratti ci è sembrata la vera guru della setta, ma di certo non è più così “aberrato” come all’inizio. L’ultima sfida che gli lancia Quell – “se riuscirai a vivere senza credere in qualcosa, ad uscire dalla dipendenza di seguire una cosa superiore, a vivere senza avere un maestro da seguire, sarai il primo nella storia dell’umanità a farcela” – lo fa sorridere. Forse perché sa che, in realtà, l’ex Maestro lo sta dicendo a sé stesso.

“The Master” non è un capolavoro ma è un film solido (pesante, se volte): scritto benissimo, girato con misura, fotografato con passione, montato con sensibilità. È lungo e un po’ lento, ed è pervaso da un dolente sentimento di isolamento e solitudine che intristisce lo spettatore. Non si pone il problema del ritmo né dell’intreccio ma va dritto per la sua strada, come un caterpillar. Nel valutarlo credo che si debba ricordare che Anderson, benché al suo sesto lungometraggio, pur stimato da critica e pubblico, rimane un regista indipendente – un po’ alla Kubrik. Un grande regista ma pur sempre libero da certe logiche produttive. In quanto tale non fa film per tutti. Dicendolo so di apparire snob ma – credetemi – lo dico perché ognuno possa entrare in sala conscio di cosa sta facendo. Se non vi ho convinto fate un test. Noleggiate “Ubriaco d’amore”, inseritelo nel lettore e mentre premete PLAY ricordatevi che state per guardare “una commedia romantica bizzarra e surreale” (così su MyMovies). Poi ditemi che effetto vi ha fatto la commedia romantica bizzarra e surreale!