Acceso: 8 aprile, 2013 In: #nonpertinente, Letture, Parole

Quando sotto Natale ho scartato il pacchetto e ho letto il nome sulla copertina ho capito che era arrivato il mio momento. Il momento per leggere il mio primo Paul Auster.

E così mi sono messo giudiziosamente a rimediare a quello che sentivo come un torto. Detto questo, l’Auster che mi è toccato in sorte è questo “Sunset Park” in edizione ET (Einaudi Tascabili) che di tascabile hanno poco ma almeno non ti derubano. Il romanzo racconta la storia di Miles Heller, un ragazzo di ventotto anni che vive in Florida, dove per mestiere fa inventari fotografici dei beni che le famiglie lasciano nelle case dalle quali vengono sfrattate per inadempienza. Miles ha una fidanzata bella e intelligente benché giovanissima (non è ancora maggiorenne) con la quale convive e un passato piuttosto oscuro. Dopo aver tagliato i ponti con la propria famiglia (appartenente all’upper class newyorkese) e aver abbandonato l’università, ha trascorso gli ultimi sette anni in giro per il paese (siamo in USA) facendo lavoretti occasionali, meglio se umili. Ora dalla Florida è costretto a fuggire perché la sorella maggiore di Pilar, invidiosa della loro relazione o forse semplicemente avida, lo ha minacciato di denunciarlo alla polizia. Poiché Pilar è minorenne, per lui sarebbero grossi, grossissimi guai. E così Miles monta su un autobus (ah, i grandi viaggi in autobus che il cinema contemporaneo americano non ha più la pazienza di raccontare!) deciso a fare ritorno a New York dove un vecchio amico di nome Bing può garantirgli un alloggio a costo zero. E arriviamo a Sunset Park (senza virgolette), storico quartiere operaio di Brooklyn, multietnico e un tantino depresso, dove Bing e due amiche, Alice e Ellen, hanno deciso di occupare una casa abbandonata dove resta una stanza libera. Per il silenzioso e concreto Miles, il trasferimento a New York è sì una necessità (almeno finché, di lì a pochi mesi, Pilar non sarà maggiorenne) ma è anche una volontaria resa dei conti con un passato segnato dalla morte in un tragico incidente di Bobby, il fratellastro, figlio della seconda moglie del padre.

Siamo nei freddi mesi invernali a cavallo tra 2009 e 2010, in piena crisi economica dunque, e per i quattro di Sunset Park le cose non vanno a meraviglia. Non è un periodo florido nemmeno per il padre di Miles, proprietario di una piccola ma consolidata casa editrice di qualità. Non parliamo delle anonime famiglie della ridente Florida di cui Miles all’inizio cerca di immaginare le vite, costrette a lasciare in fretta e furia case acquistate con mutui concessi – come sappiamo bene – grazie a prestiti subprime. Ma il tema del romanzo, nonostante la parola “tramonto” contenuta nel titolo possa suggerirlo, non è questo: la crisi infatti lambisce vite che per lo più coltivano aspirazioni artistiche o intellettuali, esponenti dell’establishment culturale, musicisti underground, aspiranti scrittori. I quali, se non coroneranno il loro sogno, non sarà certo per colpa della crisi.

Il romanzo, come suggerisce il richiamo insistente a “I migliori anni della nostra vita” (un film di William Wyler del 1946), sembra piuttosto trattare del difficile rapporto tra i sessi e, non secondariamente, tra i padri e i figli. Il film vinse, insieme a molti altri, l’Oscar come miglior film e fu osannato dalla critica. Nel contesto storico, servì a evidenziare un fatto: la guerra, anni di stragi e di orrori, anni di sopravvivenza lontano da casa, avevano cambiato per sempre gli uomini, incapaci di confrontarsi di nuovo con mogli, fidanzate e figli.

Ma che dire del rapporto tra i sessi e tra padri e figli nel romanzo di Auster? Nulla sembra essere troppo semplice tra gli uomini e le donne, né tra i padri e i figli, in primis perché nessuno (tranne, in una certa misura, Miles) sempre troppo a proprio agio con la propria identità (sessuale, parentale o filiale), o perché ancora impegnato a definirla o perché incapace di esprimerla. Si parla molto di sesso ma poco di amore; si parla di relazioni ma non c’è alcuna progettualità; si guarda con nostalgia ai padri e a ciò che si era un tempo ma non ci si chiede mai cosa si è insegnato ai figli, con quale bagaglio li si indirizza al futuro. In questo quadro Miles e Pilar sono eccezioni luminose e troppo perfette per essere vere: il loro amore è essenziale e puro, forte abbastanza per superare gli inevitabili ostacoli che si frappongono alla loro unione. Essi condividono un progetto, seppur minimo, e dimostrano di saper guardare al futuro, seppur nel breve periodo. Ma come in Miles cova un istinto irrazionale, contraltare di una vita frugale, per certi versi ascetica, nella vita è sempre in agguato il caso (o il destino, come Auster sembra suggerire). E sarà il caso ad avere l’ultima parola del romanzo. Il Miles dell’inizio, che ha imparato a rinunciare a tutto tranne che alla sua Pilar, si ritrova a chiedersi “se valga la pena sperare in un futuro quando non c’è futuro e d’ora in poi, si dice, non spererà più in niente e vivrà solo per questo, questo momento, questo momento che passa, l’adesso che è qui e poi non è qui, l’adesso che se n’è andato per sempre”.

Auster sceglie di assumere alternativamente il punto di vista di tutti i principali personaggi della vicenda, facendo di “Sunset Park” un lungo flusso di coscienza in cui il testimone passa di mano in mano, tornando nel finale tra le mani di Miles Heller, colui sul quale sono focalizzati gli sguardi di tutti. Questo fatto, unito alla quasi totale assenza di dialoghi e alla presenza di lunghe, circonvolute, solipsistiche meditazioni con le quali i personaggi (specie Morris Heller, il padre di Miles) sondano la propria coscienza rallentano la lettura, creando una polifonia vagamente dissonante, quasi dodecafonica, e lasciando intatto il mistero di Miles Heller, reale e misconosciuto protagonista di questo romanzo. La presenza del narratore è sempre ingombrante: egli dispone dei propri personaggi a piacimento, saltando con disinvoltura tra passato e presente, valutando, analizzando, vivisezionando, facendo collegamenti. Durante il loro primo incontro in un parco, Pilar e Miles si scoprono impegnati nella lettura dello stesso romanzo, “Il grande Gatsby”. Parlando, la ragazza sorprende Miles affermando che secondo lei il vero protagonista del romanzo è Nick Carraway, il narratore della vicenda. In “Sunset Park” avviene lo stesso: il protagonista è il narratore sconosciuto che si impone sulla scena mediante gli strumenti della scrittura. Il romanzo quindi manca di vere e proprie scene, di eventi, di scambi dialettici (e non solo dialogici) tra i personaggi, di per sé molto soli e occupati da sè; presentandosi piuttosto come un disomogeneo (e quindi disorientante) vociare ininterrotto che ci fa sentire come a bordo di un vagone della metropolitana nell’ora di punta.

“Sunset Park” è una lettura difficile, pervasa da un forte senso di precarietà, cupa e in definitiva povera di speranza. Le pagine più belle sono le prime, dedicate a Miles, del quale ci regalano un ritratto intenso che però, già a metà romanzo, sembra la foto di qualcuno che conoscevamo un tempo. Miles, al quale vorremmo dare in prestito un po’ di speranza e di temperanza, e Pilar, che simboleggia una giovinezza incorrotta che ha poco a che vedere con l’età perchè è solo un’idea, forse un tantino astratta. E la Sunset Park reale resta impressa nelle mente come un limbo, il precario appiglio di una inutile resistenza alla forza delle onde del destino (o del caso).

Paul Auster, Sunset Park, Einaudi 2008, qui in edizione Super ET 2012, 228 pagine, 12,00 €. Disponibile anche in ebook a 6,99 €.