Acceso: 1 maggio, 2013 In: #nonpertinente, Blog, Parole, Visioni

Chi non desidererebbe veder comparire davanti a sè la donna dei propri sogni?

Ruby-SparksChi, sapendo di poterla plasmare a proprio piacimento, non le attribuirebbe ogni più adorabile qualità, inclusa quella (quasi sovrumana) di amarci per ciò che siamo? Fino a che punto, però, deve spingersi, e in quale modalità questo amare l’altro per ciò che è deve declinarsi? Una cieca sottomissione, un’obbedienza acritica e spersonalizzante è salutare in un rapporto di coppia?

Su queste domande verte “Ruby Sparks”, riuscita commedia romantica in cui la ragazza dei sogni, la Ruby eponima, si materializza una mattina nella cucina di Calvin Weir-Fields, giovane scrittore in crisi creativa. Considerato un genio, Calvin ha pubblicato il suo primo romanzo – un successo internazionale – all’età di 19 anni; ma dieci anni dopo è ormai solo un benestante ex genio timido e solitario affetto dal blocco dello scrittore che vede un analista una volta a settimana. In una breve sequenza onirica iniziale, una sagoma in controluce si fa largo nei suoi sogni. Si tratta di una ragazza senza nome, che Calvin descriverà come una ragazza qualunque, con un viso qualunque ma che presto scopriremo avere capelli ribelli rosso rapa, sguardo dolce e profondo e piglio deciso. Nel prosieguo del sogno, Calvin incontra la ragazza in un parco e questa osserva che Scotty (da Francis Scott Fitzgerald), il cane di Calvin, fa pipì come le femmine. E continua spiegando a un basito Calvin che è stato senz’altro il suo complesso di inferiorità nei confronti dell’autore de “Il grande Gatsby” a fargli battezzare così il cane: potendo dominare l’animale, egli ridimensiona anche l’illustre collega letterato, sentendosi a lui superiore solo perchè fa la pipì nel water e non contro gli alberi. Comunque sia, anche se Scotty fa pipì come una cagnetta, alla ragazza piace comunque, così com’è.

E’ la scintilla che rimette in moto la macchina creativa di Calvin. Era stato lo psicanalista del resto ad assegnargli quel compito: visto che il comportamento di Scotty mette Calvin a disagio, per la prossima seduta dovrà portargli un racconto (poichè è uno scrittore) su qualcuno che ama il suo cane per quello che è. Al risveglio dopo il sogno, ecco Calvin pigiare freneticamente i tasti della vecchia macchina da scrivere.

Per giorni scriverà di Ruby Sparks, la ragazza dei suoi sogni che ama il suo cane per quello che è, inventando per lei (oltre al nome) un’intera esistenza. Fino a che un mattino Ruby – effervescente 26enne pittrice originaria di Dayton, Ohio, che adora Humphrey Bogart e John Lennon – compare nella sua cucina intenta a preparargli la colazione. Superata la paura di essere impazzito dopo aver avuto la certezza che anche altri possono vedere Ruby e interagire con lei, Calvin scopre di avere a portata di mano un’occasione imperdibile di felicità. Ma il fratello maggiore di Calvin gli suggerisce un’idea sensata ma rischiosa: se Ruby è un prodotto (tangibile) della sua immaginazione, allora continuando a scrivere di lei potrà cambiarla in ciò che vorrà. Calvin è restio ma alla fine accetta di fare un tentativo, scoprendo di avere su Ruby un potere assoluto. Sarà il paradiso o l’inferno?

“Ruby Sparks” è un prodotto della collaudata coppia (nella vita e nell’arte) formata da Jonathan Dayton e Valerie Faris, già responsabili di un gioiello come “Little Miss Sunshine”. Di quella pellicola ripropongono un Paul Dano (nei panni del protagonista) cresciuto e maturato, bravo nel suo amalgama di nerditudine e spocchia intellettuale e nelle movenze da nevrotico impossibilitato a capacitarsi alla Woody Allen. Ma il punto forte del film è la sceneggiatura, scritta da una certa Zoe Kazan, 30 anni, figlia di uno sceneggiatore e nipote niente meno che del grande regista Elia Kazan (“Fronte del porto”, “Un tram chiamato desiderio”, “Nella valle dell’Eden”…), che presta anche volto e personalità alla protagonista.

Che dire? Tanto di cappello! Zoe Kazan confeziona uno script accattivante e profondo, leggero ma mai banale, coi tempi perfetti della commedia e che non pretende di essere nulla più di ciò che è: romantico, divertente, graffiante, surreale, con un finale che è una dolce planata verso terra. Un prodotto che sa intrigare e divertire senza mai scadere nel volgare, come un intero filone di autori si sarebbero sentiti in obbligo di fare: anche se il fratello insiste (ossessionato com’è dai seni generosi), nella sua onnipotenza Calvin non cambierebbe un sopracciglio alla pur non mozzafiato Ruby e non stentiamo a credergli – forse perchè Paul Dano (Calvin) e Zoe Kazan (Ruby) sono da diversi anni una coppia anche nella vita.

Detto questo, aggiungiamo che, se dalle premesse della storia potrebbe sembrare di trovarsi di fronte a una commedia in pieno stile Charlie Kaufman-Michel Gondry (un titolo su tutti: “Il ladro di orchidee”), “Ruby Sparks” non ha nulla di cervellotico ma, al contrario, nella sua fresca immediatezza sa comunque passare messaggi profondi, talvolta inquietanti verità; in più, la sceneggiatura della Kazan non parla – grazie a Dio – del rapporto problematico tra arte e vita ma del rapporto di coppia laddove (alla Pigmalione) uno dei due si pone o – come Calvin – si ritrova quasi suo malgrado in una pericolosa posizione di superiorità intellettuale e culturale. A quel punto amare Scotty per ciò che è cosa significa? Come si traduce nei fatti? Domanda a doppio senso di marcia, ovviamente, sia per Pigmalione che per Galatea.

Ora attendiamo con ansia tutto ciò che la signorina Kazan vorrà scrivere. La sua scrittura è cinema prima ancora di accendere la macchina da presa. Perchè è brava come fu brava Diablo Cody con “Juno”. Come lei infatti scrive senza sbavature e senza giri di parole, divertendo e facendo pensare, con sensibilità e furbizia prettamente, schiettamente femminili. E come Juno, la sua Ruby Sparks ruba la scena senza volerlo, seducente ed eccessiva, autentica e contagiosa. Senza essere un capolavoro – ma soprattutto senza aver l’aria polverosa del capolavoro – “Ruby Sparks” vi piacerà da morire.