Acceso: 26 gennaio, 2013 In: Blog, Parole, Visioni

“Beasts of the Southern Wild”, che esce in Italia il 7 febbraio col titolo de “Re della terra selvaggia”, è un film generoso che ha vinto il Sundance 2012 e ora corre a buon diritto per 4 statuette.

2012_beasts_of_the_southern_wildNel definirlo “generoso” intendo dire che guardandolo si ha l’impressione che tutti (cast tecnico e artistico, sceneggiatori, regista e autore della colonna sonora) abbiano lavorato mettendoci l’anima, per il puro piacere di farlo. Che è sicuramente vero, trattandosi di un’opera prima indipendente, e insieme falso, perchè tutto appare orchestrato con molto metodo.

“Beasts of the Southern Wild” è l’opera prima di Benh Zeitlin, classe 1982, che lo ha scritto insieme a Lucy Alibar adattando una commedia teatrale di quest’ultima. Nel 2012 ha vinto il gran premio della giuria al Sundance e adesso rischia di aggiudicarsi un Oscar® di peso. Corre infatti per il miglior film, la miglior regia, attrice protagonista e sceneggiatura non originale. Girato in 16 mm con un budget modesto ma non ridicolo (1,3 milioni di $), il film è stato possibile grazie alla collaborazione di amici e familiari di Zeitlin stesso e fa largo uso di attori non professionisti. Basti dire che Dwight Henry (che interpreta in maniera memorabile Wink, il padre della protagonista) è il proprietario di una pasticceria di fronte agli uffici dove si è tenuto il lungo casting. Zeitlin affisse un cartello che pubblicizzava la ricerca degli attori nel locale e dopo qualche tempo invitò personalmente Dwight stesso a fare un provino.

Il film racconta la storia di Hushpuppy (interpretata superbamente da Quvenzhané Wallis, che all’epoca delle riprese aveva solo sei anni e a nove meriterrebe di poter mostrare a tutta la sua classe la statuetta come miglior attrice protagonista) e del suo rapporto col padre Wink, un ubriacone attaccabrighe e perdigiorno che, anche dopo la scomparsa della madre (nel film si dice che solo che “nuotò via”), non sembra intenzionato a prendersi cura della piccola. La quale continua a vivere insieme a maiali, galline e altri animali da cortile in una baracca ancora piena delle cose della madre. Finché, cercando di prepararsi un pasto a base di cibo per gatti, non dà fuoco a tutto e il padre si vede costretto ad accoglierla (ma il termine è un eufemismo) nella propria baracca, ancor più fatiscente. Hushpuppy e Wink vivono nella “vasca da bagno”, un isolotto desolato al largo di quella che intuiamo essere la Louisiana, separato dalla terraferma da una specie di interminabile chiusa o diga, e si spostano a bordo del cassone di un pick-up trasformato in imbarcazione. Attorno a loro si muove una chiassosa e variopinta comunità mista di bianchi e di afroamericani che vivono poveramente e passano il tempo bevendo, festeggiando il semplice fatto di ritrovarsi insieme e celebrando la vita con abbuffate di granchi e gamberi e lanci disordinati di fuochi d’artificio. Il tutto parlato in un inglese basilare, deformato dal forte accento del sud, e al ritmo di musica creola.

In tutto ciò si inseriscono due potenti elementi di disturbo: uno, realistico (si pensi a Katrina), l’arrivo di un uragano; l’altro, straniante, fa riferimento a una sorta di mito che viene tramandato oralmente ai bambini dell’isola, riguardante delle feroci bestie preistoriche chiamate auroch che erano solite predare i bambini delle comunità primitive. Il tutto è visto attraverso lo sguardo della piccola Hushpuppy, la quale, più che raccontare ciò che accade, dà allo spettatore una propria visione del mito degli auroch, al quale attacca tutta una sua personalissima concezione dell’universo e dell’esistenza. Le bestie in questione sarebbero infatti rimaste imprigionate nei ghiacci dell’estremo sud e l’aumento delle temperature starebbe dando loro nuova vita. A mano a mano che gli auroch si avvicinano, Hushpuppy, così vicina alla natura da percepirne ogni minimo palpito, avverte la loro minacciosa presenza che, combinata con l’imminente uragano e l’assenza di figure parentali di riferimento, la getta in uno stato di precarietà quasi opprimente.

Lo spettatore ne sente addosso tutto il peso dall’inizio alla fine, accresciuto dal non sapere (all’inizio) dove e soprattutto quando è ambientata la storia. In questo film tutto è precario: le baracche in cui vivono gli abitanti della vasca da bagno (essi stessi dei sopravvissuti prima di trovarsi a dover davvero sopravvivere), la condizione dell’isola di fronte alla prospettiva di essere investita da un uragano, la salute del padre di Hushpuppy. L’assenza della madre, nel mistero che la avvolge, è destabilizzante; come pure l’avanzata degli auroch. Hushpuppy segue la storia di queste bestie guardando delle specie di graffiti preistorici e a sua volta ne traccia di propri, con la propria storia, affidando così con pochi tratti di carboncino il ricordo di sè agli scienziati del futuro. Siamo quindi di fronte ad un’esistenza che si fa ricordo prima ancora di essere davvero vissuta – e questo è francamente struggente. Ma ancor più struggente, sarete d’accordo con me, è che Hushpuppy ne sia consapevole.

E’ sempre difficile raccontare la povertà, ma non è questo che interessa al regista. La povertà è qui usata alla stessa maniera di uno scenario alieno in un film di fantascienza: un orizzonte nuovo e straniante, utilizzato per raccontarci qualcosa di profondamente terreno e umano. Considerata in questi termini, la povertà materiale (ma non per forza morale, per una volta) che permea ogni scena smette ben presto di occupare la mente dello spettatore che tralascia ogni aspettativa di tipo sociologico. Aiuta in questo anche la completa separazione dal resto del mondo, garantita dalla grande diga. Questo, per quanto ne sappiamo all’inizio, potrebbe essere il solo mondo possibile. E di fatto è il solo mondo che ha conosciuto Hushpuppy e probabilmente, prima di lei, i suoi genitori. E come per tutti gli universi chiusi e completi in sé, c’è sempre qualche spirito inquieto (la madre di Hushpuppy) che vuole mettere la testa fuori e che prende il largo.

Come si vede il film è insieme molto realistico (al punto che ci si chiede come una telecamera possa essersi insinuata nell’intimità burrascosa di padre e figlia) e insieme astratto quanto basta per farne una favola dalle molteplici interpretazioni: parabola della civiltà al tramonto, storia di formazione, elaborazione di un lutto (anche collettivo se pensiamo alle devastazioni dell’uragano Katrina), trasposizione fantasiosa e catartica di nevrosi infantili?

La storia qui e là pecca di coerenza (come può una diga trattenere l’acqua dell’oceano?) ma emoziona e disorienta, colpisce allo stomaco e al cuore. Alcune sequenze sono struggenti come la lunga scena ambientata nel bordello galleggiante o il tentativo di Wink di allontanare da sè la figlia mettendola su un autobus. La camera si muove con sicurezza dietro Quvenzhané Wallis che, incurante di essa, sembra andarsene a zonzo per i fatti propri. Visivamente resta impressa più di un’inquadratura e le emozioni contrastanti che accompagnano la visione dei titoli di coda perdurano a lungo, insieme all’impressione di aver visto qualcosa di fresco e immediato, lontano dagli schemi e capace di parlare al nostro inconscio. Parlando di vita e di morte, di solitudine e di abbandono, di coraggio e di ostinazione. E del dovere reciproco, allargato, diffuso di preservare la vita prendendoci cura gli uni degli altri.