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Acceso: 6 dicembre, 2018 In: #nonpertinente, Pensieri sparsi

Ho iniziato piuttosto tardi a leggere le strisce di Charlie Brown: intorno ai vent’anni, un paio prima della morte del suo disegnatore. Una settimana dopo le avevo lette tutte. E da allora ne ho nostalgia.

Per circa cinque mesi, nella primavera del 2007, andò in onda sulle frequenze di una piccola radio di Modena un programma intitolato Salva con nome. L’avevo scritto, prodotto e condotto insieme a due amici, Luca e Rossella. In sostanza era un magazine della durata di un’ora (56 minuti per la precisione) che andava in onda una volta a settimana, il giovedì: accompagnava a casa chi, nel traffico delle sei-sette di sera, rientrava dal lavoro. Era completamente scritto: non una parola era lasciata all’improvvisazione. Gli argomenti erano i più vari (cinema, libri, tecnologia, curiosità, costume, segni della fine del mondo) e i parlati potevano durare anche quattro minuti. Idem per le canzoni, sulla scelta delle quali il direttore dell’emittente ci aveva dato carta bianca: niente radio edit, solo versioni integrali. Se un pezzo dei Sigur Ros durava 6 minuti veniva virare suonare fino all’ultimo, straziante, accordo. Ah, dimentico di dire che il programma era registrato. Tutto succedeva nella taverna dei miei genitori: registravamo in uno sgabuzzino perfettamente insonorizzato (c’era un grande armadio pieno di lenzuola e coperte), montavamo nella stanza attigua e il lunedì consegnavamo la puntata del giovedì successivo: un CD-rom contenente la traccia in formato mp3.

Lo avevamo intitolato Salva con nome perché ci piaceva l’idea di condividere con gli ascoltatori cose che, secondo noi, erano meritevoli di essere salvate e tramandate ai posteri. All’epoca ascoltavamo Dispenser, su Radio 2, uno dei primi programmi di Matteo Bordone. Lui parlava, parlava e parlava, dimostrando (seppur in una fascia oraria non proprio di punta) che in radio le parole funzionavano tanto quanto la musica. Anche a noi piaceva parlare, e di cose da dire ne avevamo, o pensavamo di averne. Ci mettemmo quasi tre mesi per scriverlo e registrare le prime sei puntate; un’ora di trasmissione ne richiedeva almeno tre di produzione. La puntata pilota lasciò senza parole il direttore, che poi mise in onda tutte le seguenti chiedendosi ogni volta se sarebbe stata l’ultima prima che il programma passasse alla Rai. Ma il programma non passò mai alla Rai. Esordì e chiuse i battenti sulle frequenze di Radio Centro Emilia. Ma comunque.

Dopo la sigla, tutte le puntate si aprivano con un mio pezzo che prendeva spunto da una striscia di Charlie Brown per parlare, spesso, di tutt’altro. Era una specie di editoriale che dava il tono alla puntata, anche se, tempo una canzone, ci sentivamo liberi di passare allegramente di palo in frasca. La prendevo alla larga (un po’ come ho fatto fino ad ora) e poi arrivavo al punto con una sterzata piuttosto brusca sottolineata, in sottofondo, da un cambio di genere musicale. Narravo (non mi limitavo a descrivere: ci ricamavo un po’ sopra) i quattro atti della striscia e riportavo, con pause studiate, il fulminante scambio di battute che avveniva tra Ciccio e Lucy, o tra Marcia e Piperita Patty, o tra Linus e Ciccio, nascosti nel campo di cocomeri. Chiudevo con un commento piuttosto lapidario nel quale cercavo di distillare, da un lamento di Charlie Brown, una frecciata di Lucy o un dubbio di Linus, una qualche verità universale.

Ora è mio figlio di sette anni a leggere, per la verità senza troppo trasporto, le mie raccolte dei Peanuts. Di recente ho trasferito buona parte dei piccoli volumetti pubblicati dalla Baldini & Castoldi forse venti anni fa nel ripiano più basso della libreria della sua camera ed è stato così che li ha scoperti. È stata anche per me l’occasione di rileggere qualche striscia. E sapere cosa? Sono riuscito ancora una volta a stupirmi di quanto possa appassionarmi, divertirmi e farmi riflettere una striscia dalla quale è pressoché assente il cinismo. Se è per questo, le ho trovate ancora meno ciniche di dieci anni fa, quando ne avevo riletto qualche migliaio per Salva con nome. Totalmente, limpidamente, virginalmente prive di cinismo.

Considero il cinismo la cifra psicologica dell’ultimo decennio. Dopo un periodo (di cui non saprei valutare la durata) caratterizzato da uno stucchevole buonismo trovo che adesso imperi un approccio disilluso, disincantato, indifferente, sprezzante, dissacrante. Difficile dire quanto l’avvento dei social network abbia influito nel determinare il successo di un simile atteggiamento mentale, morale e spirituale. Molto, sospetto: non come causa prima, certo, ma come fattore (o piuttosto veicolo) di rinforzo. Bene. Trovo che nei Peanuts non ci sia traccia di cinismo. I suoi protagonisti sono bambini, certo; ma non credo che questo basti a spiegarne l’assenza. Non apparteneva a Schultz come persona? Chissà.

Contrariamente a quanto si possa immaginare, Schulz non è stato un uomo felice. Per tutta la vita si sentì invisibile e solo, fermamente convinto che a nessuno importasse di lui. Dai parenti norvegesi della madre ereditò il senso dell’umorismo macabro e fatalista, dal ramo paterno venne invece la condanna di ogni aspirazione all’eccellenza o all’individualismo. Niente libri in casa Schulz, niente cinema, niente musica e soprattutto niente fumetti. Raggiungere una dignitosa medietà era la missione che ogni Schulz che si rispettasse avrebbe dovuto portare a compimento nel breve tempo che ci viene concesso su questa terra.

Potrei essere io: forse sono io a non cogliere un po’ di sottile, innocuo cinismo nei Peanuts. Di sicuro c’è tanto altro nelle oltre 17.000 strisce sceneggiate e disegnate a mano da Schultz. Sentimenti e atteggiamenti, positivi e meno positivi (tutti più legittimi del cinismo, per quanto mi riguarda): c’è rabbia, delusione, ironia, dabbenaggine; c’è autocommiserazione, ci sono punte di sarcasmo. Non ricordo episodi di astuzia, se non grossolanamente inscenata (magari da Snoopy) e fatalmente tragicomica. Nessuno pecca di vera ingenuità, se non il cane che, in quanto cane, può permetterselo; ed è un punto di forza di questa striscia che ha per protagonisti dei bambini. Ma ancora una volta, niente cinismo. Ricorre invece di frequente l’aggettivo “depresso”, sempre (o quasi) in bocca a Charlie Brown. Si dice che il contributo dei Peanuts nello sdoganare la parola “depressione” sia stato importante: alla metà del Novecento i fumetti erano dominati da azione, avventura, melodramma, gag comiche e giochi di parole; la società americana usciva vincitrice dalla guerra, correva verso lo spazio e verso i centri commerciali, ballava il rock’n’roll e accorciava le gonne e si preparava a bruciare i reggiseni. Schulz attinse alle proprie idiosincrasie — un antico senso di alienazione, insicurezza e inferiorità, insieme a un sottile senso dell’humor – per portare sulla scena tabù come la fede, l’intolleranza, la depressione, la solitudine e la disperazione. I suoi personaggi erano dei contemplativi, parlavano con semplicità e senza esitazione, riflettevano sulla letteratura, l’arte, la musica, la teologia, la medicina, lo sport e il diritto.

Charlie Brown era una novità nel campo dei fumetti: una persona reale, con una psicologia plausibile e problemi molto concreti. Come scrive David Michaelis, autore di un’importante biografia di Shulz, i Peanuts spiegavano l’America come avrebbe fatto Huckleberry Finn: “Gli americani credono nell’amicizia, nel senso di comunità, nella correttezza ma alla fine siamo dominati dall’individualismo, dal nostro isolamento – un isolamento radicato sia in Schulz che nei suoi personaggi”.

Congedandosi dal suo sterminato pubblico di lettori nel febbraio del 2000 affidò a Snoopy queste parole:

“Cari amici, ho avuto la fortuna di disegnare Charlie Brown e i suoi amici per quasi cinquant’anni. È stata la realizzazione del sogno che avevo fin da bambino. Purtroppo, però, ora non sono più in grado di mantenere il ritmo di lavoro richiesto da una striscia quotidiana. La mia famiglia non desidera che i Peanuts siano disegnati da qualcun altro, quindi annuncio il mio ritiro dall’attività. Sono grato per la lealtà dei miei collaboratori e per la meravigliosa amicizia e l’affetto espressi dai lettori della mia “striscia” in tutti questi anni. Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy… non potrò mai dimenticarli…”

Penso che l’inizio di questo messaggio di commiato contenga sia la ragion d’essere di quasi 50 anni di lavoro che dell’assenza di cinismo che caratterizza il lavoro di Charles Schulz. Era il suo sogno di bambino. Suona molto ingenuo, lo so. Ma coltivare e poi realizzare quel sogno lo ha aiutato a restare in contatto col bambino che è stato, con quella matrice che una lunga vita non ha deformato più di tanto. E nessuna infanzia, per quanto infelice, contempla il cinismo.