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Acceso: 13 dicembre, 2018 In: #nonpertinente, linguaggio, Pensieri sparsi

Mi capita di immaginare le parole un po’ come delle nuvole. Non parole isolate tra loro; piuttosto gruppi di parole. Parole in qualche modo parenti tra loro.

Chi ha una certa dimestichezza con la scrittura avrà chiamato – o sentito chiamare – questi agglomerati con l’espressione campi semantici: gruppi più o meno numerosi formati da significati attinenti (attenzione, non sinonimi) che definiscono una porzione di senso più o meno ampia ma comunque circoscritta. Perché in fondo sta qui la loro forza di parole che aiutano a dire con efficacia una e una cosa soltanto, come attrezzi del mestiere specifici e difficilmente sostituibili.

Così ci sono le parole per dire l’amore, ben distinte da quelle per tenere una lezione di biologia sui cetacei, quelle per parlare di camicie sartoriali, diverse da quelle per costruire un ponte o per operare qualcuno all’intestino senza farlo fuori. Già, perché immagino che non conoscere alla perfezione i nomi delle varie sezioni dell’intestino o confondere tra loro i ferri del mestiere possa avere conseguenze sconvenienti.

Trovo che l’espressione campo semantico sia non solo affascinante ma anche molto azzeccata, soprattutto per due ragioni, entrambe inscritte nella parola campo:

  1. la prima riguarda il senso spaziale, geografico, dimensionale suo proprio. Pensiamo a terreno come a un suo valido sinonimo; ma ancor meglio a territorio;
  2. la seconda ha a che fare col suo significato astratto, in special modo per come lo usa la fisica: c. magnetico, c. gravitazionale; ma anche c. professionale, c. di applicazione…

In effetti, lo sappiamo bene, le famiglie di parole non se ne vanno a spasso per l’orizzonte come la parola nuvola potrebbe far pensare. Se vanno in giro per il mondo è solo nella testa di qualcuno: l’ingegnere che progetta ponti, il chirurgo, il cuoco, la stilista. Spesso però accade il contrario e le nuvole di parole, in questo più simili a nebbie, o a profumi, aleggiano in luoghi (territori) precisi.

Un tempo la pianura padana (oggi molto meno) era famosa per le sue nebbie. Sono note, ma per altri motivi, quelle di Avalon e quelle mattutine della baia di San Francisco. E che dire dei profumi? Siamo una società molto visiva e come accade per i suoni anche i profumi parlano solo a chi è più ricettivo, più “in ascolto”. Immaginate il profumo di un campo di lavanda, quello di una conceria, di un’acetaia, di un salone di bellezza, di un maneggio. Ora, per rientrare nel seminato, riascoltate le parole che gravitano attorno a voi mentre siete seduti sulla poltrona del dentista, o di fronte al commercialista, o nel buio anfiteatro di un planetario, mentre ascoltate una stringata (stringatissima, in ogni caso) storia dell’universo.

Pensate a quali nebulose di parole attraversate quando varcate (speriamo per far visita a un nuovo nato) la soglia di un ospedale. Vi parla in un modo la sua organizzazione spaziale, in un altro la sua gerarchia professionale e in modi affini ma sempre specifici ogni suo reparto. Anche un supermercato, il più generalista dei contenitori commerciali (al pari della TV degli anni Novanta), vi accoglie nella sua nube di parole specifiche: corsia, reparto, scaffale, isola, banco e banconiere, sconto, formato famiglia, cassa…

Anche ciascuno di noi, nel proprio lavoro o ruolo sociale o familiare, padroneggia un certo campo semantico. E qui torna utile il senso più immateriale della parola campo, con le parole delle nostre professioni che ci seguono ovunque andiamo alla stregua di un campo magnetico, invisibile per i più ma intuibile fin dal primo sguardo per chi fa il nostro stesso mestiere. Per chi, quindi, lavora – scusate il gioco di parole – nello stesso campo.

Ecco perché ciascuno di noi dovrebbe curare e alimentare con impegno costante i propri campi (magnetici) semantici. Specie quelli che hanno a che fare coi propri sentimenti e con il proprio lavoro. E farlo con competenza e rispetto. E magari con quel pizzico di curiosità che porta a illuminarne sempre qualche recesso poco noto, e a dilatarne i confini. Insieme al proprio intero orizzonte umano.