16Gen
Acceso: 16 gennaio, 2014 In: #nonpertinente, Pensieri sparsi

Sabato 11 gennaio si è tenuto a Sassuolo (la mia città) “Dammi 5 minuti“, un laboratorio di idee organizzato dall’associazione culturale Concretamente Sassuolo  con l’obiettivo di costruire un racconto organico della città del futuro. Una specie di Leopolda in cui si è parlato di cultura, di istruzione, di socialità, di lavoro, di welfare, di giovani. Di politica, insomma, senza peraltro nominarla mai la politica. Ecco il mio intervento.

Fino a qualche tempo fa gli unici alberi del Parco Ducale di Sassuolo erano questi pioppi secolari disposti in rigide file ortogonali, secondo un disegno rinascimentale. Poi un giorno arrivò una squadra di giardinieri che iniziò a piantare queste giovani, esili querce in altrettante file parallele, proprio a ridosso dei pioppi esistenti. 

Ero solo un ragazzino ma ricordo quel giorno: ricordo l’odore della terra smossa dagli escavatori, quello della juta umida che avvolgeva le radici e quello di gasolio degli escavatori impiegati; ricordo il sudore sulla fronte degli operai e i gesti che si scambiavano per dire un po’ più a destra, un po’ più a sinistra. Ok, sto lavorando di immaginazione. Mi perdonerete ma in quanto scrittore l’immaginazione gioca un ruolo fondamentale nella mia vita, al pari del buon senso, dell’empatia, della pazienza. In effetti l’immaginazione è il punto in questione. Ma ci arrivo.

Oggi quelle querce sono cresciute e ci sembra che siano lì da sempre. Ma non è così. Qualcuno un giorno si è alzato e ha dato ordine di comprare tot querce e di farle piantare da qualcun altro che sa come si pianta una quercia perché resista nel tempo. Per caso quel qualcuno ha immaginato che un giorno qualcun altro ci avrebbe fatto jogging all’ombra di quelle querce? O che in autunno i bambini si sarebbero divertiti a scalciarne le foglie? O che Giulio e Irene si sarebbero baciati sotto la quindicesima quercia della più interna delle file orientali, per poi incidere la corteccia con loro iniziali?.

Ogni pratica culturale, ogni pianificazione sociale e ogni progetto politico soffre oggi, oltre che di una castrante mancanza di fondi, di una grave carenza di immaginazione. Temo che molti di noi debbano confessare di non avere troppa immaginazione, o di usarla male. Eppure l’immaginazione è stata la scintilla iniziale delle più rivoluzionarie scoperte scientifiche, delle più innovative invenzioni e di molte rivoluzioni sociali e culturali. Immaginare fa rima con progettare, ovvero, etimologicamente, gettare avanti. E quindi anche fuori di sé, che è già un piccolo atto di generosità. Concorderete sul fatto che immaginare qualcosa al di fuori di sé e del proprio tempo ha più a che fare con la generosità che con l’egoismo. Almeno per chi immagina anche col cuore.

Ma non voliamo troppo alti. Oggi stiamo cercando di immaginare la nostra città tra qualche anno: uno, cinque, cinquanta. È un buon esercizio, utile per ciascuno di noi, se non altro. E arrivo al punto. L’immaginazione va allenata, va tenuta in esercizio. Più la esercitiamo e più sarà in grado di disegnare scenari articolati, spingendosi sempre più avanti nel nostro futuro. A quel punto la si potrà anche chiamare lungimiranza, ma è la stessa cosa: una buona conoscenza della realtà, una retta coscienza di sé e una funambolica capacità di guardare lontano.

È paradossale, ma la mia proposta per il futuro della nostra città non riguarda la nostra città, non direttamente. Si rivolge piuttosto a tutti noi. E a chi altro vorrà sposarla. Sapete cos’è una capsula del tempo? È un contenitore molto resistente che viene riempito di oggetti, chiuso e seppellito o murato da qualche parte per essere poi riaperto dopo molti anni: anche uno o due secoli. Sparse per il pianeta ci sono ormai parecchie capsule del tempo, di privati cittadini dall’indole romantica, di aziende, di università, istituzioni pubbliche, intere comunità.

Che venga aperta tra venti o cento anni, una capsula del tempo richiede un grosso sforzo di immaginazione a chi vi affida qualcosa di sé: cosa voglio che mi sopravviva? In che misura mi rappresenta o rappresenta il mio tempo? Quale idea darà di me e della mia vita? Quale scenario futuribile immagino per l’istante in cui verrà riaperta? Sarò ancora vivo? Interesserà ancora a qualcuno che qualcun altro abbia riempito di robaccia una cosa così stupida/romantica/ingegnosa come una capsula del tempo? Sarà ancora possibile cogliere la connessione tra un lucchetto e una promessa di amore eterno?

Vedete quanti scenari racchiusi nel gesto di seppellire qualcosa destinato ai posteri? Vedete quale enorme allenamento per la nostra immaginazione? E sapete perché? Perché ci costringe a guardare lontano, a mettere a fuoco scenari che possono non riguardarci più in prima persona. Cos’altro si chiede ad ogni progetto umano (sia esso sociale, politico o culturale) che aspiri a durare?

Le querce sono cresciute e la loro ombra è una benedizione in certe giornate d’estate. Magari chi ha deciso di piantarle sarà stato accusato di aver sprecato denaro pubblico; magari chi le ha messe a dimora avrà maledetto il caldo che faceva quel giorno e chi, come me, era lì a guardare avrà pensato che era da illusi piantare alberi così giovani sperando che facessero ombra. Ma, si sa, gli alberi vanno piantati da giovani. Oggi quelle querce sono cresciute e solo chi è davvero privo di immaginazione può pensare che siano lì da sempre, senza essere passate attraverso l’immaginazione di qualcun altro.

PS: La capsula del tempo è solo un pretesto ma se l’idea vi piace possiamo lavorarci. Voi iniziate a pensare a cosa infilarci.