Acceso: 15 marzo, 2013 In: Blog, Miscellanea, Parole, Pensieri sparsi, Visioni

I commentatori, quelli che di cinema se ne intendono davvero, hanno detto che questa edizione degli Accademy Awards (leggasi Oscar) è stata tutto sommato prevedibile.

Jennifer chi_lowVero, dal momento che il cast artistico in odore di statuetta era già stato chiuso da un pezzo e che il Golden Globe ad “Argo” gli ha spianato anche il red carpet di Los Angeles. Ma qualche sorpresa c’è comunque stata.

Spicca infatti il flop di Spielberg che, partito da dodici candidature, riesce solo a regalare ai suoi scenografi il premio per il design e a Daniel Day-Lewis quello per il miglior attore protagonista. Non ho visto “Lincoln”, e non l’ho fatto per due motivi. Primo: non guardo (almeno consapevolmente) film che ottengono più di otto candidature (prendetelo così: è un criterio di scelta come un altro) se non dopo averne disattese almeno due terzi; secondo: per quanto l’abolizione della schiavitù sia stata una conquista politica di portata storica, temevo (e temo ancora) che il film fosse troppo legato alla storia americana, troppo radicato nella sensibilità di una nazione per comprenderne appiano il significato, finendo per concentrarmi (come forse hanno fatto molti) sulla accuratezza della ricostruzione storica (di qui il premio per la migliore scenografia) e sulla performance di Day-Lewis (pure premiata con la statuetta). Lasciamo perdere l’immancabile dose di patriottismo insita nell’opera, qui più giustificata che in altri casi, ma comunque stucchevole, almeno per me.

Gli Oscar 2013 fanno dunque entrare Daniel Day-Lewis [1] (a soli 55 anni) nella storia del cinema come il primo attore ad aver vinto 3 Oscar da protagonista: il primo nel 1990 per “il mio piede sinistro” e il secondo nel 2008 con “Il petroliere” di P.T.Anderson (quest’anno agli Oscar con “The Master”). Meglio persino di Jack Nicholson (2 Oscar da protagonista e 1 da non protagonista) e di Maryl Streep (nelle stesse condizioni di Nicholson) ma peggio di Kathrine Hepburn con 4 statuette protagoniste.

Quest’anno l’Accademy assegna inoltre una statuetta che ha fatto discutere (e perchè poi visto che anche la giuria dei Golden Globes l’ha giudicata la miglior attrice per un film brillante?) alla semisconosciuta 22enne Jennifer Lawrence [3]. Me la vedo la faccia di molti di voi mentre si chiedono: Jennifer chi? In effetti il film di cui è protagonista vincente, “Il lato positivo”, non era ancora uscito in Italia al momento della premiazione ma JLaw, come la chiamano gli amici, si è subito imposta all’attenzione con la caduta ai piedi del palco del Dolby Theatre di L.A., complice un abito da sposa che qualcuno le ha venduto come abito da sera. Viso da bambola, fisico da ballerina solido e sinuoso, simpatia e temperamento deciso restano impressi ma quello che colpisce è la sua capacità attoriale, specie se consideriamo che siamo di fronte ad una di quelle scoperte casuali, dovuta ad un fotografo che a New York rubò una sua foto quando aveva solo 17 anni e la inserì nel circuito delle agenzie di modelle. Detto fatto, l’anno dopo era co-protagonista di “The burning plain” di Guillermo Arriaga e, per darsi un’ulteriore occasione di visibilità, visto che nessuno sembrava voler investire su di lei, fece pagare ai genitori albergo e volo per Venezia (dal lontano Kentucky), dove il film era in concorso. Guadagnò così il ruolo da protagonista del duro e desolato “Un gelido inverno”(di Debra Granick), film che vinse il gran premio della giuria al Sundance del 2011 e che le valse la prima candidatura all’Oscar come attrice protagonista a soli 20 anni (per non parlare del premio come protagonista al Torino Film Festival del 2010), lanciando così la sua carriera. Il suo compenso è passato in meno di cinque anni da 3.000 dollari per settimana di riprese di “Un gelido inverno” ai 10 milioni di dollari del prossimo episodio della saga “Hunger Games”. Meglio di lei ha fatto solo Anna Paquin nel 1994 quando a 11 anni fu giudicata la miglior attrice per “Lezioni di piano” di Jane Campion.

Il regista che l’ha portata all’Oscar è un certo David O. Russell [4] che nel 2011, col bellissimo , imperdibile “The Fighter”, fece vincere a Christian Bale e a Melissa Leo ambo le statuette per i ruoli da non protagonista. Non era esattamente uno sconosciuto, questo Russell, ma adesso, dopo le 8 candidature de “Il lato positivo” (recensito qui) e l’Oscar alla Lawrence, è il regista col quale tutti gli attori vorrebbero lavorare, senza dimenticare che egli stesso ha corso per la miglior sceneggiatura non originale (“Il lato positivo” è infatti tratto da “L’orlo argenteo delle nuvole”, di Mattew Quick).

E’ già certa di recitare nel suo prossimo film Amy Adams [10], che in questa edizione degli Accademy Award è rimasta a bocca asciutta. Cadidata per “The Master” si è infatti vista soffiare l’Oscar come non protagonista da Anne Hataway, già fortissima nei pronostici, per la sua emaciata interpretazione nel musical “I miserabili”. Questo, che dura da qualche anno, è però indubbiamente il suo momento: il suo volto non dirà molto a molti ma negli ultimi cinque anni Amy Adams (classe 1974) ha recitato, tra gli altri, in: “Di nuovo in gioco” (di Clint Eastwood), “On the Road” (di Walter Salles), “Julie & Julia” (ultima pellicola della scomparsa Nora Ephon), “Sunshine Cleaning”, “Il dubbio”, “La guerra di Charlie Wilson”. Un po’ come è accaduto per l’outsider Philip Seymour Hoffman (outsider almeno fino all’Oscar per “Truman Capote” nel 2005), siamo di fronte ad un’attrice in grado di sostenere ruoli tra loro diversi con mestiere e sensibilità. Uno di quei volti che non si impongono ma che danno della propria delicata bellezza un passpatout per esprimere qualità attoriali non comuni riconosciute dalle quattro candidature all’Oscar (tutte guarda caso come attrice non protagonista) collezionate dal 2005 ad oggi. Amy Adams è dunque un nome da tenere a mente, specie se considerate che per i prossimi due anni è accreditata in cinque film, tra cui una biografia della cantante Janis Joplin e “Man of Steel”, film prodotto da Christopher Nolan e diretto da Zack Snyder dedicato a rilanciare il marchio Superman.

Da questa edizione degli Oscar esce vincitore, solo in parte a sorpresa, Ang Lee [2], regista di “Vita di Pi”, qui già recensito. Vince un premio ambito come la regia e sui sono anche i principali riconoscimenti tecnici. In effetti qui la computergrafica si integra alla perfezione con gli attori in carne ed ossa dando vita ad un mondo visivamente molto suggestivo. Meritato dunque il premio alla regia se accettiamo che sempre più oggi dirigere significa anche coordinare e valutare il prodotto di programmatori e designer digitali. Lo sanno benissimo i giovani registi come Benh Zeitlin (suo il vero outsider e grande escluso di questa edizione “Re della terra selvaggia”) che dello scarso ma non risicato budget a sua disposizione ha speso il grosso per dare vita agli auroch, sorta di primordiali cinghialotti giganti che hanno aggiunto fascino e mistero ad un’opera già intensa e commovente. Ma tornando a “Vita di Pi” ha sicuramente pesato in suo favore il tema della fede, caro al popolo americano, e l’ambiguità insita nella storia raccontata così che sono due, e non uno, i film portati sullo schermo, con conseguente codazzo di dibattiti e scambi di opinioni. Merito del libro di Yann Martel, certo, ma Lee ci ha messo molto mestiere, va detto.

Questa edizione degli Oscar ha portato alla nostra attenzione altri nomi degni di attenzione. Uno è quello di Jessica Chastain [5], protagonista del bellissimo “Zero Dark Thirty”, di cui parliamo anche qui. Ancora: Jessica chi? Non era un volto noto al grande pubblico cinematografico prima che la Bigelow lo scegliesse per impersonare la tenacia con la quale gli USA hanno dato la caccia a Bin Laden, ma aveva un’aria familiare vista la quantità di serie TV alle quali ha partecipato. Al cinema va ricordata almeno in “The tree of life” (Terrence Malik), in “Le paludi della morte” (bel thriller di Ami Canaan Mann, figlia di Michael Mann) e in “The Help”. “Zero Dark Thirty” ci dà lo spunto per fare anche il secondo nome da tenere a mente: quello di Mark Boal [7], sceneggiatore proprio del film della Bigelow, in corsa per la statuetta per il soggetto originale, poi andata a Tarantino. Mark Boal è un giornalista freelance che va a caccia di storie, per lo più per Playboy e Rolling Stone. Un suo articolo del 2004 sull’assassinio di un veterano avvenuto dopo il ritorno di questi in patria ha dato lo spunto a Paul Haggis (quello di “Crash – Contatto fisico”) per il suo “Nella valle di Elah”. Lo stesso anno fu accorpato ad una squadra di artificieri in Iraq per qualche mese e dalle esperienze sul campo trasse “The Hurt Locker”, una sceneggiatura (di fantasia, nonostante le minacce di querela di un sergente che avrebbe coniato nientemeno che l’espressione tipica dello slang militaresco “hurt locker”) che Katryn Bigelow [6] ha tradotto in immagini nel film omonimo (primo Oscar di sempre assegnato per la regia ad una donna). “Zero Dark Thirty” è dunque la terza sceneggiatura scritta o ispirata dal lavoro giornalistico di Mark Boal che, a questo punto, aspettiamo con qualcosa di ugualmente impegnato anche se meno militaresco.

Infine, due parole sul bel “Argo” che vidi appena uscito in Italia, in tempi non sospetti diciamo. Terzo film di Ben Affleck [8], per anni ritenuto quasi solo bello nonostante nel 1998 avesse portato a casa insieme al compagno di scuola Matt Damon l’Oscar per la sceneggiatura originale di “Will Hunting – Genio ribelle”, “Argo” è un film di impegno politico e di rigorosa ricostruzione storica sull’organizzazione della fantasiosa fuga di alcuni diplomatici ostaggi nell’Iran nel 1980. Misurato, ben recitato e ben scritto, con qualche piccola concessione al patriottismo e una sapiente gestione della tensione, “Argo” è un prodotto hollywoodiano di grande qualità come non se ne vedevano da tempo. Con una fotografia strepitosa, che avrebbe meritato un riconoscimento. Oltre ad essere candidato per la sceneggiatura originale, il sonoro e il montaggio sonoro (le più criptiche delle categorie premiate, a mio avviso), il montaggio e l’attore non protagonista (Alan Arkin), il film correva anche per la colonna sonora originale del francese Alexandre Desplat [9], che avrebbe meritato maggiormente per “Moonrise Kingdom”, l’ultimo film di Wes Anderson qui già recensito, o per “Zero Dark Thirty”. Comunque. Ridendo e scherzando, viene fuori che questo Desplat ha collezionato già 5 candidature all’Oscar e musicato (in meno di vent’anni) film come “Sulle mie labbra”, “Syriana”, “The tree of life” e “Reality” di Matteo Garrone.

Per altre cuoristà – tipo Waltz che vince il secondo Oscar come non protagonista con un altro film di Tarantino o John Williams che, già vincitore di 5 Oscar per la miglior colonna sonora, ha ricevuto quest’anno la sua 48° candidatura – vi rimando ai commentatori di cui sopra, quelli esperti. La mia ha voluto solo essere una (lunga e confusa, me ne rendo conto) concatenazione di pellicole e di nomi per lanciarvi altrettanti suggerimenti per piacevoli visioni domestiche. Perchè tenersi a mente registi, attori e sceneggiatori è come cercare il significato delle parole sul dizionario: ogni parola di ogni definizione rimanda ad altre definizioni – e così via. All’infinito. O almeno per un secolo di storia del cinema.