Acceso: 20 maggio, 2013 In: #nonpertinente, Parole

C’è questa scena di “Happy Thank You More Please” (primo film di Josh Radnor) in cui lei (Malin Akerman) si trova a cena con lui (Tony Hale) in un ristorante.

happy-thank-you-more-please-2Anche se non centra vi dico che è il loro primo appuntamento. Comunque. Per qualche motivo finiscono a parlare di karma e lei gli racconta che un giorno il conducente del taxi a bordo del quale si trovava le dice questa cosa illuminante: “Tu hai un grande potenziale. La chiave della tua vita è la gratitudine. Tu non ringrazi abbastanza”.

Il tassista le spiega che deve ringraziare sempre, in ogni occasione possibile e che non è sufficiente dire un semplice “grazie” (“thank you”); occorre che lei aggiunga sempre: “more, please” (“ancora, per piacere”). Visto con gratitudine, l’universo sarà eternamente abbondante. Cosa che in effetti qualche legame col karma sembra avercelo.

Nel film questo apologo zen non ha poi un gran peso (pesa di più quello che accade poco dopo durante la cena), se escludiamo il fatto che contribuisce a dargli il suo titolo. Nasconde però una grande verità sul sentimento della gratitudine, verità che sto sperimentando proprio in questi mesi. Mio figlio ha appena compiuto due anni e dice spontaneamente pochi, sorprendenti, teneri “grazie”, soprattutto quando gli si offre un biscotto, un gioco o un altro oggetto che desidera. Dice però un’infinità di “ancora!”. Praticamente ogni esperienza che gli procuri una certo appagamento viene seguita da un entusiasta “ancora! ancora! ANCORA!”. Che è proprio quanto suggeriva di dire il taxista alla ragazza di cui sopra.

In effetti, anche da un punto di vista psicologico, è così: ciò che ci piace – che ci piace sul serio – esige una reiterazione immediata. Il piacere è il primo e più forte condizionamento operante, oltre che un formidabile stimolo all’apprendimento. Inoltre, se un’esperienza non ci ha appagato fino in fondo possiamo sì cavarcela con un “grazie” di circostanza ma difficilmente ci azzarderemo a chiederne un’altra dose, col rischio di essere accontentati. Il rendere grazie chiama dunque in causa la nostra sincerità. E se nel gioco delle interazioni sociali “grazie” può risultare una parola un po’ usurata, “ancora, per piacere/more, please” suona senz’altro più sentito: una indubitabile attestazione di sincerità. Un nuovo, rigenerato modo di dire “grazie”, se siete d’accordo con me.