03Gen
Acceso: 3 gennaio, 2013 In: Blog, Parole, Visioni

Non è facile, da estimatore di lungo corso di Wes Anderson, dare un giudizio su “Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore” (USA, 2012). C’è chi grida al suo capolavoro e chi è uscito dalla visione annoiato.

moonrise-kingdom-22Io sto a metà strada e credo di aver visto un capolavoro un tantino noioso, che ha molto cuore, nascosto forse sotto un po’ troppo cervello. Penso sia importante partire dai titoli di coda, i più bei titoli di coda mai ASCOLTATI. Perchè Desplat, autore della colonna sonora, si is…pira alla suide didattica “Young Person’s Guide to the Orchestra” di Benjamin Britten, dove la voce di un bambino presenta gli strumenti dell’orchestra e questi, uno ad uno, interpretano un tema orecchiabile e ripetitivo per poi riunirsi tutti per l’esecuzione della fuga finale.
E’ forse questo che fanno Sam e Susie, guidati da Anderson e dal co-sceneggiatore Roman Coppola (sì, rispettivamente il figlio e il fratello di Francis e Sofia): si vedono, si innamorano e architettano una fuga d’amore sulla scia della quale riuniscono un mondo adulto ormai indifferente all’infanzia, e ad una certa infanzia “difficile” in special modo. I genitori non ci sono o rinunciano (a fare i genitori, a fare i mariti e le moglie, a vivere, ritirati come sono su un’isola semideserta); i grandi indossano per lo più delle divise (da poliziotto, da capo scout; perfino l’assistente sociale ha una sorta di divisa da Nanny McPhee) e difendono varie legislazioni (inclusa quella scout), imbrigliando così l’infanzia in regole soggette a ispezioni periodiche. Ma Sam non ci sta: è orfano e troppo problematico persino per la famiglia affidataria, che dopo la sua fuga rinuncia a reclamarlo, e ha conosciuto Susie. Susie appare chiusa in un mutismo apatico dietro il quale coltiva piaceri tutti cerebrali, come la lettura di libri fantasy (l’evasione per eccellenza nell’età di mezzo che precede l’adolescenza) e nell’ascolto dei dischi di Francois Hardy. Il suo spiare col binocolo è sì funzionale alla storia (avvistare Sam, suo compagno di fuga) ma denuncia una distanza: dai genitori e dagli altri adulti ma forse anche dai coetanei. Non a caso Susie è il corvo nella rappresentazione che va in scena in chiesa e non a caso, in un’età indefinibile, ci sembra già adulta, specie accanto al piccolo e bambinesco Sam. Eppure lo sguardo di quest’ultimo, durante il loro primo incontro, stava cercando proprio lei, nascosta sotto le mentite spoglie di un corvo. Il talento scoutistico di Sam (il suo zaino iperattrezzato) nasce dalla sua consapevolezza di orfano di dover combattere: contro la natura e contro gli adulti. La fuga, come la vita, potrebbe essere lunga: meglio partire attrezzati.
Siamo su un fronte di guerra: inseguitori e inseguiti, adulti e bambini stanno su posizioni inconciliabili. Gli adulti sono macchiette statiche, chiuse in un ruolo (l’assistente sociale si chiama Assistente Sociale, i genitori di Susie si interpellano col titolo professionale: “Certo, avvocato”). Gli unici che potrebbero dare una svolta alla propria vita sono la madre di Susie (Frances McDormand) e lo sceriffo Sharp (Bruce Willis). Provano a farlo ognuno per conto proprio – giustamente, perché l’amore qui è appannaggio solo di Sam e Susie, gli unici degni – ma solo uno dei due ci riuscirà. Anderson rinuncia a dirci cosa è successo di tanto traumatico nell’infanzia di questi adulti perché – e qui sta la grande lezione di Anderson regista – è lì che tutto ha inizio. Preferisce concentrarsi su Sam e Susie e le scene dedicate alla loro fuga d’amore sono delicate e imbarazzanti, epiche e divertenti, memorabili e sempre troppo brevi.
L’estetica di Anderson è qui al suo apice: costumi, colori, fotografia, dettagli, slow motion, inserimenti di still life, paesaggi che sembrano scansioni di vecchie fotografie a colori. Tutto perfetto e un tantino freddo, come tendono ad esserlo le cose perfette. La storia ha un prologo meno efficace di altri suoi film (I Tenenbaum su tutti), visivamente più interessante ma anche più criptico, forse per la mancanza di voice over. Affidare tutta la complessità della storia alle immagini e alla musica significa prendere le distanze dal tono favolistico ma è rischioso, specie in una storia come questa che della favola ha molto. Il finale si chiude con un deus ex machina bidimensionale da messa in scena scolastica e, date le premesse, non poteva essere diversamente. Se ciò appare semplicistico è perché lo è, se conoscete un po’ Anderson. Come può chiudersi la più rocambolesca delle fughe (musicali o d’amore che siano) se non con un prevedibile silenzio o con un piatto “e vissero felici e contenti”? Poi però ci sono i titoli di coda che fanno luce su cosa abbiamo appena visto. Il mondo dell’infanzia inseguito dal mondo adulto. Non viceversa.