Acceso: 16 febbraio, 2013 In: Blog, Letture, Parole

Luca Ricci (classe 1974) ha scritto tre raccolte di racconti molto apprezzate e due romanzi: dopo “La persecuzione del rigorista” (Einaudi 2008) è uscito qualche mese fa (sempre per Einaudi) “Mabel dice sì”.

mabel dice sìBreve e poco appariscente (se non per la bella copertina), poco chiacchierato, poco recensito, piccolo anche nelle dimensioni e forse nelle ambizioni visto che appartiene alla collana L’Arcipelago, “Mabel dice sì” è un romanzo ben congegnato e confezionato con molto mestiere, dallo stile essenziale ma perfettamente aderente a cose e idee, dove (salvo poche eccezioni) Ricci è bravo a togliere più che ad aggiungere, a scremare più che a farcire, a smussare più che a cesellare. Forse proprio per questo ne esce un romanzo che dietro la sua apparenza dimessa si rivela complesso, con un personaggio, la Mabel del titolo, di non facile interpretazione. E un vero protagonista – l’io narrante – che per lo spazio di qualche ora ci ha davvero fatto vedere il mondo con i suoi occhi.

Il romanzo ha una struttura parentetica, in cui la vicenda, in sé estremamente lineare, è incorniciata da due parentesi: un prologo e un epilogo, che sono l’uno la diretta prosecuzione dell’altro, tra i quali si incastra, come un lungo flashback, la vicenda. Le premesse per l’immancabile colpo di scena, efficace quanto basta, sono tutte qui. Per il resto “Mabel dice sì” è un romanzo che lievita lentamente, costruito pezzo per pezzo tra le mani del lettore, fatto per catturarlo. Protagonista e io narrante è un giovane pianista col sogno di diventare concertista che per arrotondare accetta un incarico come portiere notturno in un albergo, dapprima solo per il fine settimana, poi a tempo pieno. In questa microsocietà nella quale entra intimorito e insieme con la spavalderia di chi sa di essere solo di passaggio, di appartenere a un altro, molto più nobile mondo, fa la conoscenza di Mabel, enigmatica e desiderabile receptionist diurna che ha il dono di sorridere con gli occhi e che porta in sé una sensuale morbidezza che il suo aspetto asciutto non lascerebbe sospettare. Veglia notturna dopo veglia notturna, il protagonista familiarizza con le mura dell’hotel, i suoi silenzi, le sfumature della notte; conosce i colleghi e si impantana sempre più in quel mistero patologico che è Mabel, mentre la routine lavorativa lo allontana dal pianoforte e dal futuro che aveva pensato per sé.

Un piccolo hotel a ridosso del centro storico di quella che si intuisce essere Pisa, piccola città eterna e invisibile in un’epoca di turismo mordi e fuggi abbagliato dai simboli della (passata?) grandezza italica; la reception, e un bancone che fa da trincea tra un dentro e un fuori, tra il drappello di impiegati e il viavai incostante dei clienti: un mondo piccolo di personaggi rapidamente tratteggiati, spesso necessariamente bidimensionali, sui quali spicca in modo tutto particolare la Mabel del titolo. Perché Mabel, secondo l’etimologia colei che è amabile, la troviamo quasi solo lì: nel titolo di questo romanzo e nelle tante, confuse, sottaciute relazioni erotiche che intreccia. No, non è un limite: è una scelta. Affascinante e ossimorica (morbida e spigolosa insieme), misteriosa e palese, semplice e contorta, ci accorgiamo addentrandoci nella vicenda che Mabel è sì sulla bocca di tutti ma che in fondo nulla di tangibile sappiamo di lei.

“Bruna, dall’incarnato chiaro, curve trascurabili. Poco seno, pochi fianchi, nessuno slancio”, un candore “così inattaccabile da diventare urticante”, Mabel rimane fino alla fine un enigma. Più che un ritratto, il protagonista arriva a farcene un quadro clinico: il morbo di Mabel è una (salutare) malattia che spinge a darsi senza riserve, come cura delle solitudini altrui, non importa se il modo di somministrazione è il sesso. In questo dire sì di Mabel, in questa sua apertura sorridente e un tantino irritante, in questa disponibilità ad amare, arrendevole e provocatoria (in senso ideologico, non morale) piuttosto che generosa, si può leggere per paradosso tutta la difficoltà diffusa nello stabilire rapporti sentimentali maturi. Convinta com’è che se potessimo conoscere davvero le persone ameremmo tutti, Mabel dice contemporaneamente sì e no: mentre si concede nega per se stessa il sentimento più autentico; mentre è impegnata ad appagare sacrifica se stessa e “quell’illusione di unicità che anche il legame piú abietto non è disposto a negoziare”. Fino a consumarsi, e a finire in nulla.

In una ipotetica dialettica di sì e no, di apertura e chiusura, il protagonista è colui che preferirebbe dire di no, come il Batleby di Melville citato in esergo al romanzo. Egli osserva tutto con stupore e una sorta di distacco inquieto, tentato ma nemmeno troppo dall’idea di partecipare al gioco amoroso che ruota intorno a Mabel, mentre la vita che aveva ipotizzato per sé va a rotoli: l’ideale romantico e maledetto di fare della propria vita un’opera d’arte si infrange contro una nuova immagine di sé che emerge inarrestabile suo malgrado, maieuticamente estrapolata o subdolamente innestata in lui dalla routine lavorativa; la tastiera del pianoforte (e tutta la sua vita semi-studentesca) si impolvera, finendo a far da monumentale basamento a inutili ma costosi vasi di cristallo che non sono tanto attestati di gusto o ostentazione di potere d’acquisto quanto, permettendo la purificazione del denaro guadagnato, strumenti di una simbolica espiazione. Stipendio dopo stipendio il portiere di notte matura la consapevolezza di aver varcato per sempre un confine che segna il suo ingresso in un nuovo mondo, più rigido e formale, per certi versi più libero ma più impersonale; di non essere più fatto per le feste studentesche e le notti bianche a base di birra; di avere acquisito un ruolo nella società, sancito dalla divisa che indossa, e responsabilità e orari da rispettare.

Se la figura (o lo spettro) di Mabel funge bene da ossatura al romanzo, quanto di davvero notevole c’è in questo lavoro di Ricci, tra le altre cose, va ricercato proprio nel romanzo di formazione che, come un fenomeno carsico, qui e là torna a galla. Il percorso di maturazione del protagonista, che è anche la storia di una perdita e di un fallimento, è tratteggiato con acume e verità, con partecipazione vagamente nostalgica. Alla fine, quasi senza accorgersene si scoprirà di aver letto un perfetto romanzo sul doloroso ingresso nell’età adulta che – e qui sta il suo nucleo di verità più profondo – coincide con l’ingresso nel mondo del lavoro.

Luca Ricci, Mabel dice sì, Einaudi 2012, 144 pagine, 12,50 €. Disponibile anche in ebook a 6,99 €.