Acceso: 29 marzo, 2013 In: Blog, Visioni

Scritto (pare) nelle sue ultime scene sul letto di morte, “L’uomo che venne dalla terra” (USA, 2007) è il testamento narrativo e probabilmente ideologico di Jerome Bixby.

l'uomo che venne dalla terraOrmai malato Bixby, sceneggiatore di celebri puntate della saga di “Star Trek” e di “Ai confini della realtà”, dettò il finale del film al figlio Emerson (di fatto autore della sceneggiatura finale) il quale lo consegnò nelle mani del regista Richard Schenckman, autore di pellicole trascurabilissime mai distribuite in Italia. Con l’eccezione, appunto, de “L’uomo che venne dalla terra” che però nel nostro paese è uscito direttamente in DVD. Ideato agli inizi degli anni ‘80 e completato solo nel 1988, il film è stato girato quasi vent’anni dopo con un budget di 200.000 $, già basso per gli standard americani e bassissimo se vogliamo considerare “L’uomo che venne dalla terra” un film di fantascienza. Interessante è piuttosto la diffusione che questa pellicola ha avuto tra gli appassionati del genere che, attraverso i siti di filesharing peer to peer, ne hanno fatto un piccolo cult movie. Al punto che i produttori li hanno pubblicamente ringraziati per averlo piratato, rispondendo alle domande dei fan su alcuni forum.

John Oldman è un professore d’università in procinto di lasciare casa e lavoro e trasferirsi altrove, senza troppe spiegazioni. Al punto che alcuni colleghi e amici si presentano a casa sua per una sorta di improvvisata festicciola d’addio a sorpresa. Harry (un biologo), Edith (una studiosa di Scritture Cristiane), Dan (un antropologo) e Sandy (una dottoressa in storia, innamorata di John) lo trovano che sta finendo di caricare il suo pick-up con le poche cose che ha deciso di portare con sé (tra cui un Van Gogh originale e sconosciuto). La corrente è già stata staccata, come pure il gas. Il gruppo si ritrova così a parlare davanti al camino acceso con una buona bottiglia di whiskey. Discutendo del più e del meno, a causa di un bulino risalente all’epoca magdaleniana, John rivela di essere un uomo della preistoria, un Cro-Magnon vecchio di 14.000 anni costretto a cambiare vita ogni dieci anni in quanto non soggetto ad invecchiamento. Superato un primo sconcerto, gli amici accademici decidono di credergli, accettando con sforzo di partecipare a quello che sembra una sorta di innocuo gioco intellettuale, un esercizio di fantasia fine a sè stesso condotto da John Oldman. Poi il racconto arriva a toccare le corde più sensibili di molti dei personaggi, in un notevole crescendo di tensione che, dopo una breve tregua, culmina in un colpo di coda finale che avrà conseguenze drammatiche.

Devo confessare che sono combattuto. Non ho dubbi sul fatto che il film non sia un capolavoro e credo che per molti versi risulti mediocre. Sono combattuto se salvarlo o condannarlo, se consigliarlo o meno. Cerchiamo di chiarirci le idee e sono sicuro che alla fine ognuno deciderà per sè. L’idea alla base della sceneggiatura è molto buona e lo svolgimento intrigante. Affidare un film di fantascienza (o di fanta-antropologia) al solo dialogo tra i personaggi, in una teatralissima rivisitazione della storia umana a camera chiusa, può sembrare ardito. Eppure, fatta salva qualche ingenuità, la sceneggiatura ci riesce bene. I temi toccati (la morte, il senso del tempo, la solitudine, l’idea di immortalità, le ipotesi scientifiche sulla longevità di John Oldman – notate il gioco di parole un po’ scolastico basato sul cognome) sono profondi e trattati più da un punto di vista antropologico che strettamente scientifico; è così che Colombo e Budda possono convivere con l’antico mito del vampiro, che si guadagna l’immortalità succhiando le vite altrui.

Ci sono molti però. Le mie perplessità riguardano innanzitutto la confezione, che è dannatamente televisiva. Non parlo solo della fotografia ma dell’intera messa in scena, fatta salva la qualità attoriale, che è mediamente buona. E’ questione di movimenti di macchina, di ritmo, di montaggio. Un insieme di cose che si percepisce subito, a pelle. Mi lascia perplesso la regia; mi lascia perplesso il cipiglio dolente del protagonista; mi lascia perplesso il finale dove, come in una commedia Plauto, si svelano parentele insospettabili al solo scopo di creare un artificioso colpo di scena. E mi lasciano perplesso alcune delle sparate di John Oldman, una in particolare, la più eclatante. Non entro nel merito in sè perchè, come ha scritto qualcuno, dopo aver conosciuto Budda e aver scoperto l’America insieme a Cristoforo Colombo, Oldman poteva anche essere stato Hitler. Il punto è che non c’era alcun bisogno di fare il passo più lungo della gamba, di esagerare così platealmente, di dar fuoco a una santabarbara quando bastava un fiammifero per fare un po’ di luce.

Altra perplessità, probabilmente solo mia, riguarda l’originario nucleo della storia: il cuore stesso dell’idea. Ogni narrazione di fantasia (che sia Cappuccetto Rosso o Inception) richiede al lettore/spettatore una volontaria sospensione del dubbio o dell’incredulità: ovvero di abbassare le difese, rinunciando a quel tanto di spirito critico sufficiente a godersi l’opera senza deridere la povera Cappuccetto Rossa alle prese con un lupo travestito da nonna che, per amore della parte, si sforza di parlare come se avesse lasciato la dentiera a mollo in un bicchiere. Ecco, devo confessare che in questo caso ho fatto piuttosto fatica. Sarà l’ambientazione, così domestica; sarà che tutta la costruzione fantascientifica è affidata alle parole, non so. Sarà, come dicevo, la portata di certe bordate di Oldman. L’affabulazione comunque alla fine l’ha avuta vinta; ci ho messo molta buona volontà, ma mi sono lasciato andare. E allora ho capito. Ho capito che non era un problema solo mio, niente affatto. E’ un dubbio che avvertono anche gli amici e colleghi di Oldman (“Ammettiamo per un istante che ciò che John dice corrisponda al vero”) e che Bixby voleva senz’altro ingenerare nello spettatore: un nodo da sciogliere personalmente volta per volta, una decisione da prendere individualmente. Una piccola lezione sul potere delle storie, grandioso certo, ma paradossalmente tutto concentrato nelle nostre mani di noi spettatori/lettori.

E comunque, come dicevo, anche se accettate di sospendere l’incredulità e farvi affascinare dalle vicende di John Oldman, preparatevi a sentirne delle belle. Il professor Oldman stupisce, affascina e infine sconvolge i suoi ospiti, arrivando a minare le loro certezze più profonde (anche e soprattutto religiose). Lo sguardo che un immortale getta sulla storia umana relativizza tutto, tutto diviene infinitamente falsificabile, cronicamente storicizzato. E le parti migliori, quelle che non esito a salvare, sono quelle in cui emerge il bisogno dell’uomo di interrogarsi sulla natura del cielo stellato e della morte, della sofferenza e del bisogno di legami. E, nel caso di Oldman, della triste necessità di romperli periodicamente, sradicandosi e trapiantandosi ogni volta.