19Gen
Acceso: 19 gennaio, 2017 In: #nonpertinente, Parole, Pensieri sparsi

​Qualche miglio al largo delle coste del Massachusetts c’è un’isola a forma di boomerang chiamata Nantucket: il sorprendente punto di partenza (o il disgraziato approdo) di molte storie, alcune immaginarie, altre reali.

​Qualche miglio al largo delle coste del Massachusetts c’è un’isola a forma di boomerang chiamata Nantucket. Con le sue colorate case di legno col portico, il porticciolo turistico, i vecchi fari restaurati e dichiarati monumento nazionale e il piccolo aeroporto per ultraleggeri, è la classica isola del New England, deserta d’inverno e affollata d’estate, con in più un’altissima concentrazione di edifici antecedenti alla guerra civile e alcune tra le proprietà di maggior valore dello stato.

Ma quest’isola è anche il sorprendente punto di partenza (o il disgraziato approdo) di molte storie, alcune immaginarie, altre reali. Da qui ad esempio salpa il Pequod, la nave del capitano Achab in “Moby Dick”. Ritira l’ancora a Nantucket anche il brigantino “Grampus” in “Storia di Arthur Gordon Pym” di Edgar Allan Poe. Venendo ai fatti storici, il 26 luglio del 1956 naufragò al largo dell’isola il transatlantico italiano “Andrea Doria”; infine era stata costruita a Nantucket la baleniera “Essex”, e dell’isola erano anche molti membri del suo equipaggio, le cui sorti angoscianti hanno dato alla scrittrice Karen Thompson Walker lo spunto per questo stimolante TED Talk, di cui peraltro ho già parlato qui.

Dopo aver ascoltato il discorso della Thompson Walker ho scaricato da internet una cartina di Nantucket, l’ho stampata e l’ho appesa sopra la scrivania. Vederla mentre scrivo mi ​rammenta il personalissimo proposito di tenermi alla larga da una tentazione piuttosto insidiosa per uno scrittore (esordiente): l’autobiografismo​, ovvero la tendenza a scrivere storie che più o meno indirettamente traggono ispirazione da proprie vicende personali​. Non so se ai corsi di scrittura consiglino ancora di cominciare col raccontare ciò che si conosce molto bene, consiglio al quale mi sono attenuto per tutti i cicli di scuola dell’obbligo con risultati mediocri. Non è un cattivo consiglio (la mediocrità dei miei temi scolastici dipendeva dalla mia scarsa passione per la lettura), a patto di specificare subito che ciò non implica parlare di sé.​

L’autobiografismo​ fa spesso il paio con un altro rischio parimenti legato alla sfera delle cosiddette “scritture del sé”: l’uso della prima persona. A questo proposito spetta a Jonathan Franzen metterci in guardia dalle insidie legate all’uso dell’io narrativo quando, chiamato a dare dieci consigli a un aspirante scrittore, raccomanda di scrivere in terza persona a meno che “una voce davvero unica vi si offra in maniera irresistibile”. Che è quanto immagino sia successo, a mo’ di esempio, in questi casi: “Il giovane Holden” (devo citare l’autore?), “L’opera struggente di un formidabile genio” (Dave Eggers), “La coscienza di Zeno” (I. Svevo), “Ogni cosa è illuminata” (J.S. Foer, almeno per quanto riguarda l’irresistibile inglese maccheronico di Alexander Perchov​, co-protagonista del romanzo), “Le avventure di Huckleberry Finn” (M. Twain).

Se ricordate la serie TV degli anni Novanta “X-Files” saprete che la maggior parte degli episodi veniva aperta da questa tagline: “Truth is out there/La verità è là fuori”. ​L​a tagline è una specie di slogan che riassume il tema o le premesse di un film o di uno show allo scopo di rafforzarne l’identità di prodotto commerciale. Nel caso di “X-Files” la tagline scelta dai produttori risultò quanto mai adeguata. Gli episodi, infatti, che avevano per protagonisti due agenti dell’FBI incaricati di riaprire una serie di dossier su casi al limite dell’inspiegabile rimasti insoluti, cominciavano tutti in un ufficio ​piuttosto ​polveroso e finivano proprio “là fuori”, tra le strade di Vancouver (dove la serie è stata girata) o dove il mistero di turno ​avrebbe attirato i nostri eroi.

E arrivo al punto. Se ​dovessi racchiudere in una metafora la mia idiosincrasia per l’autobiografismo letterario​, il mio sacro terrore della prima persona singolare​ e la mia innata curiosità​, con tutto il peso che essa ha nella mia attività di scrittore, ​vi indicherei ​la cartina dell’isola di Nantucket appesa sopra alla scrivania e le illustri navi uscite dai suoi cantieri e salpate da​l suo port​o​; ​vi ​inviterei a leggere delle alterne fortune ​che esse ​hanno avuto nella comune convinzione che una qualche sorta di verità si trovasse là fuori: oltre ​il consueto orizzonte​ e al largo di ogni certezza, tra venti sconosciuti e insidiosi. ​Ogni​ porto è un approdo ma più spesso ​è ​un trampolino, una rampa di lancio​;​ e una nave che salpa parla di addii e di desideri, di avventura e di fuga: di marinai, mozzi, mercanti, timonieri, capitani e balenieri senza radici​, ai quali pure non è sconosciuto il sentimento della nostalgia.

Ecco a cosa penso ​ogni volta che il mio sguardo​,​ risale​ndo​ la parete ​della mia scrivania in cerca di ispirazione​, si incaglia nella cartina di Nantucket. Penso che la storia ​che racconterò ​è là fuori: in un fatto di cronaca, nel racconto di un amico, in uno sguardo captato ​per strada, nel gesto col quale una donna solleva gli occhiali da sole sopra la fronte. Ma non solo. La mia storia nasce andando a fare la spesa​ al supermercato​, facendo la fila in posta, sottoponendomi ad una risonanza magnetica, volando sopra l’oceano, facendo un viaggio in macchina, innamorandomi, arrabbiandomi, rispettando una scadenza, imboccando mio figlio, correndogli dietro sotto i portici della piazza.

All’aspirante scrittore direi senz’altro: scrivi di ciò che conosci bene, o anche solo benino, a patto di documentarti in maniera maniacale; ma direi anche: fai di tutto per conoscere più cose possibili. Gli consiglierei di alzarsi dalla sedia e di uscire, di andare a lavorare, di andar per sentieri tra i boschi, di prendere un traghetto, di tessere relazioni che non prevedano l’uso di una tastiera, di leggere molti libri (meglio se stampati), di viaggiare, sposarsi, fare figli,
​d​are feste ​di compleanno​​, dare una mano dove necessario, gomito a gomito con altri uomini e donne. In due parole, prese a prestito da un famoso discorso che pochi anni prima di morire Steve Jobs fece a una classe di laureati, gli consiglierei di “essere affamato”. Di quella fame che spinge ad andare là fuori in cerca, se non della verità, di cibo. ​Se poi si imbatte nella verità, tanto meglio.