Acceso: 5 luglio, 2013 In: #nonpertinente, Blog, Parole, Visioni

Per apprezzare un film come “Like Crazy”, quarto lungometraggio di Drake Doremus (1983) col quale nel 2011 (a 28 anni) ha vinto il gran premio della giuria al Sundance, occorre fare chiarezza sull’idea di cinema che abbiamo. Se già ce l’avete, bene; in ogni caso la visione di questo film vi aiuterà di certo a fare chiarezza.

Like-Crazy-Movie-PosterPerché  “Like Crazy”, a seconda dei casi, vi piacerà da morire o vi irriterà terribilmente. Vi piacerà se amate un cinema intimista, documentativo, aderente alla realtà e fatto di sfumature e talvolta di silenzi; vi irriterà se al cinema chiedete intrattenimento, evasione, sentimenti forti e, di base, quello slancio dell’immaginazione in direzione dell’utopia che solleva storie e personaggi dal piano della mera realtà. Potremmo fare decide di ottimi esempi di entrambi i modelli di cinema, incluse ottime ibridazioni tra i due, che personalmente sono quelli che preferisco (un paio di esempi tra i film che ho già recensito: “Another Earth” e “Ruby Sparks”). Ma il film di Doremus si schiera senza esitazioni sul primo versante, sappiatelo.

La storia è semplice: Jacob (Anton Yelchin) e Anna (Felicity Jones) si conoscono giovanissimi al college, in California, e allacciano un’intensa storia d’amore. Anna però è una studentessa di scambio inglese ed è in possesso di un permesso di soggiorno che la costringe a tornare periodicamente in patria per il rinnovo. Nessun problema fino a quando, per trascorrere i mesi estivi accanto a Jacob, viola irresponsabilmente i termini del permesso e resta nel paese come clandestina. Una volta rientrata in Inghilterra però le autorità americane le vieteranno l’ingresso negli Stati Uniti. La distanza logora ben presto la relazione tra i due, ostacolata perfino nelle comunicazioni telefoniche dalle otto ore di fuso orario, e nemmeno le frequenti ma forzatamente brevi sortite in Inghilterra di Jacob, che nel frattempo ha avviato uno studio di design in California, possono essere una soluzione durevole. Una soluzione praticabile viene invece suggerita alla coppia da un avvocato ma il rapporto tra Jacob e Anna rimane problematico.

Gli inizi della storia d’amore sono promettenti: i due collegiali sono ragazzi qualunque e sembrano fatti uno per l’altra. Di più: il loro legame ha un che di viscerale che ai nostri occhi li rende dei predestinati. Poi, nella parte centrale del film, subentrano le ombre, le incomprensioni, le frustrazioni e le distrazioni passeggere (una di queste si chiama Jennifer Lawrence, l’altra giornalismo) ma Jacob e Anna continuano a cercarsi con un’ostinazione quasi dolorosa. Infine, quella che appare una soluzione solleva in realtà nuovi dubbi e poi succede che si cresce, ci si cuce addosso un certo ruolo e quell’idea di predestinazione alla quale anche noi spettatori ci siamo aggrappati per tutto il film vacilla pericolosamente. Fino ad un finale, come ho già avuto modo di far notare qui, sospeso come un autobus col muso infilato in un precipizio. Dal quale, tra parentesi, tutti gli occupanti riescono ad uscire incolumi.

Il regista filma – pardòn: documenta tutto ciò, come detto, con estrema sobrietà, senza abbellimenti retorici di alcun tipo, né in fase di scrittura, né in fare di ripresa. La confezione, pur visivamente molto buona, è quella assodata di tanto cinema indie più recente: primi piani stretti, luci quasi ambientali, sfondi sfocati, camera a spalla, set domestici, ritmi lenti. Ma il pregio più alto (o la fonte di irritazione più insidiosa) di “Like Crazy” è il senso di intimità che riesce a creare, l’aura di privatissima trepidazione sentimentale nella quale riesce ad inglobare lo spettatore. Il che non ci impedisce di irritarci più di una volta sia con Jacob che con Anna, per il resto adorabili (la Jones al Sundance ci ha pure vinto il premio come miglior attrice). Proprio come nella vita quotidiana. Le vicende infatti (pare ispirate da esperienze dello stesso Doremus), compongono una storia d’amore normalissima e quasi banale, resa però con un’immediatezza ed una delicatezza che ci fa sentire in più di un’occasione degli intrusi.

Un film schierato quindi, fedele ad una precisa idea di cinema che, come detto, può non piacere. In questo caso forse gradirete la bella recensione di Filmscoop, figlia di convinzioni un po’ diverse dalle mie.