Acceso: 30 marzo, 2013 In: #nonpertinente, Blog, Letture, Parole

“L’età dei miracoli” è un romanzo distopico tra bildungsroman e fantascienza. Una buona scusa per parlare dell’adolescenza e del mondo adulto, del pianeta e delle scelte dell’umanità.

L'ET_D~1Karen Thompson Walker, originaria della California, ha scritto l’età dei miracoli la mattina, prima di andare al lavoro in una casa editrice di NYC. Il ricordo dell’assolata California, dove da piccola ha vissuto terrorizzata dall’eventualità di un terremoto (leggete a questo proprosito qui) e la vista del sole che, mattina dopo mattina, sorge su una metropoli come New York deve aver in qualche modo inciso nell’ideazione di questo suo primo romanzo.

“Il 6 ottobre, gli esperti comunicarono ufficialmente la notizia. Dissero che c’era stato un certo cambiamento, un rallentamento. Da quel momento lo abbiamo chiamato proprio così: il rallentamento”.

La premessa è fatalmente, drasticamente semplice; le conseguenze molteplici, indagate con passione talvolta fine a sé stessa: la Terra, inspiegabilmente, rallenta la sua rotazione. E Julia, protagonista e voce narrante, racconta come in un diario l’anno apocalittico e decisivo che la traghetta dagli undici ai dodici anni verso l’adolescenza – l’età dei miracoli del titolo. Un solo anno critico e cruciale per ogni ragazzino che diventa qui il punto di rottura dell’intera storia umana.

Sono proprio queste le due prospettive che adotta la Thompson Walker in “L’età dei miracoli”: quella privata, intima di Julia, alle prese con voti e inviti a feste di compleanno, occupata dai turbamenti del primo amore, incuriosita e forse per la prima volta inquietata dal mondo adulto verso il quale avverte comunque una sorta di istintiva indulgenza; e quella planetaria dove niente e nessuno resta immune dalle conseguenze del rallentamento e le notizie, come le opinioni degli scienziati, si susseguono incapaci di spiegare alcunché.

I giorni (e, simmetricamente, le notti) iniziano ad allungarsi; prima di minuti, poi di ore, con conseguenze anche sulla gravità terrestre. Il panico dilaga, gli uccelli perdono la capacità di volare, le piante non sopravvivono a torride giornate di 50 ore, né a gelide notti altrettant lunghe. Molti uomini iniziano ad avvertire forti malori che porteranno alla nascita di una nuova malattia: la sindrome da rallentamento. I governi invitano a seguire comunque l’orologio e molti si attrezzano per lavorare anche col buio e dormire con la luce, mentre altri si ribellano e decidono di seguire le bizzarre fasi della luce. Giorno e notte diventano parole prive di senso perché ci sono giorni bui e giorni di luce, notti bianche e notti nere.

“Le cose cambiano, ma non tutto deve cambiare”, scrive Julia. E in effetti, nonostante la nuova situazione così imprevedibile e irreversibile, gli uomini continuano a vivere le loro vite cercando di mantenere un’apparente normalità e cercando un nuovo equilibrio. Ma il rallentamento crea disordini, eccita l’istinto di conservazione e fa aumentare il tasso di criminalità; spinge gli uomini ad assumersi maggiori rischi, libera le loro inibizioni. Diviene così una metafora illuminante della precarietà umana e della fragilità dell’ambiente e delle costruzioni sociali. E la Thomson Walker è brava a confondere ciò che è reazione ad esso e ciò che di irrazionale è inscritto nella vita quotidiana di ogni uomo.

Karen Thompson Walker ha una scrittura solida ma media, attenta ad evitare ogni asperità, un po’ da scuola di scrittura per capirci. La sua sensibilità per l’architettura della storia le fa dare sempre qualcosa al lettore, specie in apertura e chiusura di capitolo. Le invenzioni non mancano, sia sul versante fantascientifico che su quello della storia di formazione, ma la seconda parte risulta comunque un po’ più fiacca della prima, dove vengono poste le premesse della storia. Ciò che più convince ed irrita insieme è la prospettiva “postuma” dalla quale Julia racconta. Il resoconto è fatto al passato remoto da una Julia donna matura, sopravvissuta, che vive tutto con partecipazione e insieme distacco. Intrigante, non c’è che dire. E’ un po’ quello che ha fatto Alice Sebold in “Amabili resti”, dove però la protagonista era morta. Di fatto non sapremo mai il suo destino. Intuiamo solo che c’è (e forse c’è ancora la terra); ma soprattutto sappiamo che c’è stata (si veda l’ultima pagina del romanzo). E questo può irritare, e parecchio. Come una sorta di McGuffin, questo espediente narrativo tiene incollati lettori come me fino all’ultima pagina, aiutandoli a superare gli inevitabili momenti di noia. Ma risolvendosi in niente.

“L’età dei miracoli” resta però un buon romanzo, credibile benché visionario nel suo tracciare “un ritratto elegiaco di un mondo ordinario, per sempre scosso da eventi terribili” (così Michico Kakutani sul New York Times).