31Ott
Acceso: 31 ottobre, 2014 In: #nonpertinente, Letture, Parole

Lo so, arrivo tardi, tardissimo. Di “Stoner”, che l’abbiate letto o meno, saprete già tutto. Vita, morte e miracoli. Vita e morte ce le ha raccontate magistralmente John Williams in un romanzo che, come è stato giustamente fatto notare, è già un piccolo classico.

I miracoli sono invece quelli della sua curiosa storia editoriale: pubblicato in prima edizione nel 1965, vendette duemila copie, per poi essere ripubblicato più volte, e con successo sempre crescente, a partire dal 2003. Sul finire del 2012 la traduzione proposta dalla casa editrice Fazi, grazie al passaparola serpeggiante sui social network, registra un successo di critica e pubblico clamoroso, che dà il via a traduzioni in altre lingue e porta (o riporta) in libreria gli altri (pochi) libri di Williams.

Se poi, oltre che sentirne parlare quasi ininterrottamente per due anni, lo avete anche letto sarete d’accordo con me: la trama, se per caso vi è capitato di doverla liquidare in venticinque parole durante una pausa caffè, è di una noia mortale. Vi risparmio pertanto il bignami dell’opera, per il quale vi rimando a Wikipedia. Quanto allo stile di Williams, asciutto ma non arido, preciso senza cavillerie, ben ritmato e privo di asprezze, nulla da eccepire. Dove sta quindi il motivo di tanto successo? Dove la ragione più vera del fascino di questo romanzo?

Ho nicchiato molto prima di leggere “Stoner”. E dire che, a pochi giorni dall’uscita, avevo scaricato e letto in formato digitale l’anteprima di lettura messa a disposizione da Fazi. Inutile dire che trovai quelle prime pagine di una noia mortale. Ma ciò che nel tempo mi ha trattenuto dall’andare oltre è stato il timore di incappare nel classico caso letterario montato ad hoc sul solito romanzetto buono e un tantino ruffiano, ma irrimediabilmente inferiore alle aspettative. Poi, all’inizio dell’estate scorsa, quando il polverone sollevato dalla sua pubblicazione (avvenuta oltre un anno e mezzo prima) ha cominciato a posarsi, ho sentito che era arrivato il momento di riprenderlo in mano. Me ne sono fatto prestare una copia cartacea e l’ho divorato in tre giorni, facendo le ore piccole durante una trasferta di lavoro.

Conclusione? “Stoner” è un meraviglioso romanzo di formazione, il racconto di una parabola esistenziale resa straordinaria dalla sua sconcertante ordinarietà, e la scoperta – epica e al tempo stesso intima, modesta si direbbe – di una autentica vocazione, quella per l’insegnamento. Ma è anche la triste cronaca di un fallimento matrimoniale, con un personaggio come Edith che meriterebbe un romanzo a sé, il controcampo speculare di “Stoner”. È infine, e soprattutto, la tenace, paziente lotta di un uomo per conservare un atteggiamento partecipe e insieme distaccato, vicino e lontano dalle cose del mondo almeno tanto quanto William Stoner ci appare immerso e avulso dalle cose letterarie; e per coltivare un approccio serio e responsabile nei confronti dell’esperienza (e dei suoi simili), e uno sguardo il più ampio e compassionevole possibile; e il maturare della consapevolezza (derivatagli dalla lettura in giovinezza del sonetto 73 di Shakespeare) che la vita è fatta di stagioni, ognuna con la sua gamma cromatica e il suo passo, e che la sua probabilmente è l’autunno, il crepuscolare avviarsi di ogni cosa verso la pace.

John Williams tratta ogni cosa con garbo e passione misurata, con lo stesso distacco superiore e la stessa struggente ma spesso frustrata partecipazione del suo protagonista. La tensione generata da questi opposti fa di “Stoner” un’opera letteraria piena di misura e di equilibrio, retta da una scrittura precisa e leggera, fatta di cose concrete maneggiate con cura.

Un romanzo perfetto, dunque? Sì, un romanzo molto vicino alla perfezione, cosa che ne fa una lettura ideale per qualsiasi pubblico nel senso migliore del termine, alla maniera – appunto – di un classico, il quale non può mai dirsi esaurito, continuando, come fa in modi imprevedibili, ad interpellarci.

Vedendolo scritto mi rendo conto che “perfetto” non significa nulla. Dove sta di fatto il quid di quest’opera? Me lo sono domandato a lungo, senza venirne mai a capo. Fino al giorno in cui, durante un veloce scambio di messaggi mi sono trovato nella necessità di dare una connotazione positiva al sentimento di generale tristezza che, concordavamo io e il mio interlocutore, attraversa l’intero romanzo. Più che la tristezza, argomentavo, è il realismo, l’onestà con cui essa è presente nel romanzo a colpire; quanto cioè “Stoner” appaia autenticamente e realisticamente triste, di una tristezza tangibile, che nasce da situazioni compromesse in partenza. E quanto rattristi il lettore che le molte avversità che incontra  non portino William Stoner a disperare o a rinunciare, e nemmeno a ribellarsi, come invece sarebbero portati a fare molti di noi. Quanto piuttosto a ridefinire pazientemente, entro i ristretti confini imposti dal mondo accademico che ha eletto a dimora, il suo posto nel mondo, con uno spirito di adattamento (e di sacrificio) che ha qualcosa di commovente.

In questo senso lo sforzo e il merito artistico più alto di Williams come scrittore consiste proprio nella restituzione, in forma di romanzo, di un sentimento diffuso ma poco metabolizzato, che tutti sperimentiamo (o sperimenteremo) nella vita e che in definitiva è il segreto che unisce il lettore a questo romanzo: il senso della vita che tende progressivamente al suo limite, come ogni stagione fa prima di cedere il passo alla successiva. E più di tutte l’autunno di William Stoner.