Acceso: 5 maggio, 2013 In: #nonpertinente, Blog, Letture, Parole

Un romanzo d’avventura che, alla stregua dei classici del genere americani, trova nel paesaggio severo delle dolomiti un personaggio indimenticabile.

TLoHORrK20KPSEDsn0NpYwDomenico Sieff, detto Menego, ha dodici anni, un padre avvezzo all’alcol, una venerazione per Tom Sawyer e un’infatuazione segreta per una compagna di scuola. La madre è morta anni prima, tanti da non conservare quasi ricordi di lei. Il padre, falegname, è considerato un perdente, un buono a nulla e un attaccabrighe. Con Menego è ruvido e distante, ma un giorno, a seguito di una scommessa fatta a mente non proprio lucida, lo coinvolge in una pericolosa caccia a un feroce orso che molti ritengono incarnazione del diavolo in persona. In ballo c’è un milione di lire. Siamo nell’autunno del 1963 e un milione, per un montanaro come Sieff, è una vera fortuna. Zaini – e fucili – in spalla, Sieff padre e figlio si addentreranno nella foresta determinati a portare a casa la pelle del temibile orso. Ma, entratovi poco più che bambino, da quei boschi umidi ma ancora carezzati da un sole limpido e teporoso uscirà un Domenico trasformato in uomo fatto.

“La pelle dell’orso” è un romanzo breve dal taglio classico, il che non significa che non abbia una sua originalità, quasi una sua eccezionalità in un paese dove romanzi di questo genere sono rari. Oltre che di avventura, sulla scorta di grandi autori americani come Twain, London, Hemingway, Faulkner, McCarthy, è una storia che parla di crescita. Flannery O’ Connor disse una volta che “Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni”. In questo senso “La pelle dell’orso” è un romanzo di formazione non strettamente sentimentale, per una volta; ma di vera, irreversibile iniziazione alla vita adulta attraverso il dolore della perdita e il superamento della paura. Ed è un delicato romanzo su un difficile rapporto tra padre e figlio che durante la loro caccia all’orso sapranno trovare piccole, inedite forme di dialogo che spesso prescindono dalle parole.

La struttura è semplice e lineare, le sottostorie quasi inesistenti, l’ancoraggio al presente solido pur con la licenza di qualche nostalgico ricordo, più narrato che rivissuto soggettivamente. I ruoli sono chiari e nettamente tracciati: due protagonisti, un aiutante e un antagonista senza ambiguità. L’orso del titolo è il male assoluto, l’incarnazione di quanto di irrazionale, spaventoso e indomito la natura ancora conserva (un po’ come una frana, come l’improvvisa esondazione di una diga). I montanari dei villaggi che Domenico attraversa sono persone spigolose ma di cuore, di poche parole e dalle mani coperte di calli. La solidarietà è un valore assoluto, insegnato a generazioni di uomini e donne dalle asprezze della vita sui monti. Anche chi si è ritirato dal consorzio umano non lo ha fatto per rigetto dei propri simili ma per la ricerca di una propria serenità. Del resto, pascoli, boschi, cime rocciose, vento e neve e una coppia di lupi possono essere ottimi compagni di vecchiaia.
La lingua è semplice, accessibile, diretta e non priva di slanci poetici. L’innesto di espressioni o termini ladini (per lo più di cibi, oggetti, piante che forse, fino all’esplosione del turismo di massa, non ce l’avevano nemmeno un nome italiano) è funzionale a calare il lettore all’interno delle piccole comunità asserragliate tra le impervie valli dolomitiche. La risposta dunque è sì, nel caso ve lo stiate domandando: “La pelle dell’orso” merita di arrivare sui banchi di scuola. Non sono un insegnante ma, se lo fossi, proporrei di buon grado la storia di Domenico ai miei alunni suoi coetanei. Perchè è facile identificarsi in Domenico, ma ancora più facile è cogliere il suo eroismo come metafora di una grandezza alla quale tutti siamo chiamati, in un modo o nell’altro, e restarne affascinati, quasi intimoriti.
Matteo Righetto (classe 1972) si è fatto apprezzare con “Savana Padana” riproposto l’anno scorso da Tea dopo l’uscita nel 2009 per una piccola casa editrice. Insegnante e fondatore del movimento letterario Sugarpulp, Righetto è anche ideatore e direttore di Scuola Twain, un progetto di lettura e scrittura direttamente ispirato a simili inziative di scrittori stranieri come Dave Eggers (826 Valencia) e Nick Hornby (Ministry of Stories) dei quali ho già parlato qui. Scuola Twain è rivolto agli studenti delle scuole del Veneto (almeno per l’anno scolastico 2012-2013, ma con prospettive di orizzonti più ampi già a partire dal prossimo autunno) con lo scopo di insegnare a creare storie ma soprattutto di educare una nuova generazione di narratori e di lettori. Qui trovate il sito di Scuola Twain e qui il sito personale dell’autore.
Matteo Righetto, La pelle dell’orso, Guanda 2013, pagine 160, 14 €. Disponibile anche in ebook.