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Acceso: 21 dicembre, 2018 In: #nonpertinente, creatività, Pensieri sparsi

Che portasse in sé una buona dose di novità lo sapevamo. Che per essere davvero tale dovesse anche rivelarsi utile forse no.

Mi ha molto colpito la definizione di creatività che si attribuisce al matematico francese Henri Poincaré (1854-1912), dieci volte candidato al premio Nobel (senza mai vincerlo, però). Me la sono appuntata di recente, durante un corso di Chiara Gandolfi. Nonostante sia riconosciuta come una tra le migliori definizione di creatività, non mi è sembrata subito una verità indubitabile, ho faticato un po’ a capirne il senso e sono grato a chi me l’ha regalata per la possibilità che mi ha dato di ragionarci su.

“Un risultato nuovo ha valore […] nel caso in cui stabilendo un legame tra elementi noti da tempo, ma fino ad allora sparsi e in apparenza estranei gli uni agli altri, mette ordine, immediatamente, là dove sembrava regnare il disordine […] Inventare consiste proprio nel non costruire le combinazioni inutili e nel costruire unicamente quelle utili, che sono un’esigua minoranza. […] Tra le numerosissime combinazioni che l’io subliminale ha formato alla cieca, quasi tutte sono prive di interesse e senza utilità; ma proprio per questo motivo non esercitano alcuna influenza sulla sensibilità estetica: la coscienza non arriverà mai a conoscerle. Soltanto alcune di esse sono armoniose – utili e belle insieme.”

In sintesi? La creatività fa un’operazione di sintesi che produce un risultato nuovo e utile. Annamaria Testa, che una decina d’anni fa ha intitolato il proprio sito “Nuovo e utile. Teorie e pratiche della creatività”, dedica a questa definizione un post molto interessante del 2012. Al quale, non volendo saccheggiarlo, vi rimando.

Mi limito a fare qualche ulteriore chiosa alla citazione di Poincaré.

Primo. Il matematico francese parte da “elementi noti da tempo”. Che la creatività non nascesse dal nulla, per ispirazione divina o folgorazione psicotropa, l’ho sperimentato da un pezzo. Dietro la creatività c’è molto studio, molta ricerca, molta sperimentazione. Ci sono tanti modelli, tanti maestri, tante opere viste, lette, ascoltate, frequentate e – diciamolo pure – anche scopiazzate. A questo proposito ricordo un simpatico e intelligente libriccino intitolato “Ruba come un artista”; l’ha scritto Austin Kleon e parla proprio di questo: ovvero che nulla è originale e che

“i poeti immaturi imitano; i poeti maturi rubano. […] Il buon poeta amalgama ciò che ruba in un sentire complesso che risulta unico, assolutamente diverso da ciò da cui era stato tratto”.

Già, perché a furia di ispirarsi, copiare e rubare prima o poi – se sei un vero artista – scatta qualcosa e dall’imitazione si passa all’emulazione. Alla base della creatività c’è dunque una buona conoscenza delle regole vigenti, condivise, note da tempo.

Secondo. Mi soffermo brevemente su quel “mette ordine” della definizione di Poincaré. Si può mettere ordine solo se abbiamo chiaro cosa siano l’ordine il disordine: in base a quali regole o principi un sistema ci appare ordinato e un’altro disordinato. Ancora regole, ancora principi da studiare. Qui, però, ho il sospetto che si tratti di regole piuttosto radicate dentro di noi, direi quasi innate. Fare ordine significa inoltre andare verso un equilibrio, verso la replicabilità di un dato assetto, verso una comunicabilità di quel dato assetto. Verso un sistema. Che sarà ordinato nella misura in cui funziona, raggiunge un certo scopo stabilito a priori, e (una volta creato) è in una qualche misura anche prevedibile. Esagero? Beh, un sistema senza dubbio utile.

Terzo. La “sensibilità estetica” è ciò che ci permette di rilevare alcune (poche) tra le molte idee generate spesso inconsciamente e “alla cieca” (a casaccio?): quelle “armoniose”. Abbiamo quindi una sorta di sesto senso che capta le combinazioni creative e questo senso ha a che fare principalmente con la bellezza. Non è poi così sorprendente che questo tipo di affermazione arrivi da un matematico. Nella matematica c’è molta bellezza, è indubbio: c’è l’armonia dei conti che tornano, di processi complicati ma mai contorti che sanno dare risultati precisi, tondi. C’è – e penso alla fisica – la bellezza dell’ossatura del reale ridotta ai minimi termini: come la gabbia architettonica di una cattedrale gotica. In questo aggettivo – “armonioso” – c’è il segreto di tanta arte – anche contemporanea. Penso alle grandi strutture in metallo di Richard Serra, o al cemento di Donald Judd. Non parliamo della musica.

Quarto. Sono “armoniose” quelle combinazioni di elementi noti che sono sia nuove che utili. E siamo al cuore della definizione di creatività di Poincaré. Il termine novità genera una frattura fra un prima e un dopo; il termine utilità parla piuttosto di prassi: qualcosa che magari poteva essere fatto anche prima, ma con procedure o soluzioni meno “armoniose”. Ne deduco che la creatività ci fa compiere un passo in avanti, prendendo le distanze dal passato, e contemporaneamente un passo verso un grado maggiore di ordine e di efficienza. Uso termini freddi, tecnici – mi perdonerete – ma Poincaré era un matematico, dopo tutto. E continuo su questa strada: l’armonia e la bellezza sembrerebbero il risultato di recenti ottimizzazioni. Sto pensando ad alcuni manufatti tecnologici che oggi come oggi sorprendono per la loro armonia e la loro utilità. Quanta creatività ci dev’essere dietro?

E nel campo della scrittura? Niente di nuovo: la scrittura rientra nel campo della creatività. Ma ha un suo specifico, senza dubbio. La definizione di Poincaré, ben sviscerata, ci dice 4 cose fondamentali per intendere il rapporto tra creatività e scrittura:

Uno. Le regole condivise sono fondamentali: grammatica, retorica, stilistica.

Due. Mettere ordine nella scrittura significa fare chiarezza nel sistema di idee e contenuti che sta a monte e dopo le parole: valori da comunicare, target, architettura dei contenuti, piano editoriale, punto di vista, conoscenza del canale. Fare ciò significa costruire il sistema di cui sopra (punto secondo).

Tre. Il senso estetico che ci guida verso idee “armoniose” si allena leggendo. Di tutto. Sempre.

Quattro. La scrittura è in parte anche rottura con ciò che è venuto prima: modi di dire logorati dall’uso, il già-detto, l’orecchiato, le formule, le etichette, le citazioni (se non profondamente motivate)…