Acceso: 10 maggio, 2013 In: #nonpertinente, Parole

Un giorno vi confesserò quanto adoro i romanzi e i film d’amore. Per ora mi limiterò a dirvi che ho letto un libro che racconta, peraltro splendidamente, una storia d’amore bellissima.

373147_108199082650210_458352433_nLa trama è molto semplice: lei (che racconta) incontra lui, si piacciono, si sposano, fanno due figlie e poi lui muore di tumore (del quale soffriva da molti anni) a 33 anni. Questa, in soldoni, la trama.

No, fermi. Prima di mandarmi a quel paese perché supponete che io vi abbia rovinato il libro dovete sapere un paio di cose: primo, il libro in questione non è un romanzo ma la cronaca di fatti realmente accaduti, a persone reali che hanno quel nome e quel cognome; e secondo: ciò che vi ho raccontato è solo la cornice del quadro, quella che chiunque vi dovesse consigliare questo libro vi spiattellerà in un telegrafico sms; quindi – tranquilli – non vi ho rovinato proprio nulla di questa bellissima lettura.

Si intitola “La buona battaglia” (Chirico editore, 2012) e l’ha scritto Susanna Bo, 35 anni, di Sestri Levante. Quando suo marito Luigi è morto ne aveva appena 30 e avevano, come detto, due bambine piuttosto piccole, Anna e Rachele. La battaglia del titolo (debitore nei confronti di un bellissimo passaggio della seconda lettera di San Paolo a Timoteo) è quella che Luigi ha combattuto per anni contro un tumore al cervello; e Susanna al suo fianco, visto che prima di sposarsi Luigi aveva già subito diverse operazioni alla testa. Ma è anche e soprattutto – in senso paolino – la battaglia per la conservazione della fede nella tribolazione, un vero e proprio calvario le cui stazioni sono state stanze d’ospedale e sale operatorie.

Conosciutisi in un gruppo neocatecumenale, dove un Luigi appena ventenne entra con la fama di ateo e che Susanna frequenta senza troppa convinzione al traino dei genitori, i due compiono in poco più di dieci anni una parabola bellissima di innamoramento, amore coniugale e sofferenza e, parallelamente, un’esperienza di fede intensa e concreta che coinvolge, commuove e diverte. Diverte perché la scrittura di Susanna Bo è venata di humour e di un’ironia leggera che sdrammatizzano senza svilire il dolore e commuove perché la storia della malattia di Luigi Firenze è drammaticamente intensa; ma mai disperata. Ne esce un esempio di fede luminoso e umanissimo; una lezione sull’abbandono fiducioso alla volontà di Dio che ha molto da insegnare; una storia quotidiana di eros e agape tra due innamorati che sperimentano giorno dopo giorno la presenza di un Amore più grande, di qualità superiore. E sì, diciamolo, Luigi muore come un santo, e il suo funerale viene celebrato come una festa di rinascita. Ma guai a pensare alle serafiche, pietistiche immagini dei santi degli altari minori; stiamo parlando di un ragazzo, un giovane uomo, un padre come tanti, ingegnere per giunta, con una giovanile passione per la Play Station, senso dell’umorismo e un modo piuttosto diretto di dire ciò che pensa.

Ma questa non voleva essere una recensione – non quando in questione è la vita di persone reali. Vorrei solo porre l’accento sulle qualità della scrittura della Bo, che è proprio quello che generalmente non ti aspetti dai libri di memorie come questo. So che la cosa la imbarazzerà – lo so perché l’ho conosciuta e so che per scrivere questa storia ha dovuto farsi un po’ violenza – ma, se è vero che il valore della storia che racconta non ne avrebbe risentito se Susanna Bo non fosse la scrittrice che è, è anche vero che “La buona battaglia” ha il valore aggiunto piuttosto raro di uno stile, di una voce, di uno sguardo narrativo pienamente consapevoli di sé che mi auguro aiutino questo libro a farsi spazio sui comodini di molti lettori.

Meglio di me ne ha scritto Luigi Accattoli, vaticanista del Corriere della sera, al quale vi rimando: Susanna Bo: “La gioia che ho provato al tuo funerale”

Qui trovate invece il sito di Susanna Bo.