Acceso: 20 marzo, 2013 In: Blog, Parole, Visioni

Devo aver letto una delle poche recensioni non dico positive ma almeno possibiliste per decidere di guardare “Jesus Henry Christ”.

Jesus-Henry-ChristCerto, avrà avuto il suo peso anche il passaparola di un fidato amico cinefilo nel dare a questa pellicola una chance. E in effetti una chance “Jesus Henry Christ” se la merita tutta, insieme però a parecchie tirate d’orecchie. Il trailer suggerisce l’idea che quella che vedremo sarà un’altra perfetta e ruffiana commedia indie, sul modello di “Little Miss Sunshine” per capirci. E non a caso da quel film prende a prestito un’attrice del calibro di Toni Colette, che trovai sorprendente già ne “Le nozze di Muriel” (1994). (In effetti, pensandoci bene, la presenza della Colette deve essere stata decisiva nell’indurmi a guardare JHC. Comunque.)

Henry James Herman (Jason Spevack), protagonista e voce narrante del film ha dieci anni e un prodigioso QI di 301 (il secondo mai registrato!) che gli consente di iniziare a parlare a nove mesi. “Tutti pensano che io abbia una memoria fotografica ma non è esatto”, spiega nel corso del film. “Io sono come una videocamera. Registro ciò che vedo”. Sua madre Patricia (Toni Collette) è una femminista single con alle spalle una tragica storia familiare fitta di lutti che occupa tutto il prologo del film. La madre di lei, in particolare, muore il giorno del suo decimo compleanno per un banale incidente generato dall’accendino che in guerra salvò la vita al marito. Henry non è un combinaguai, è solo che la sua intelligenza inquieta non gli permette di starsene al suo posto. Come dargli torto. Per esempio redige un “Manifesto sulla natura della verità” nel quale denuncia l’inesistenza del coniglietto pasquale, della fatina dei denti, di Babbo Natale, del diavolo e perfino di Dio che manda su tutte le furie il preside della scuola cattolica che frequenta. Per fortuna, con diversi anni di anticipo, Henry viene presto ammesso all’università. Ma la vera missione di Henry è trovare il donatore di seme che può essere considerato suo padre, almeno da un punto di vista biologico. Lo trova nello smemorato professor Slavkin O’Hara, padre di Audrey, una ragazzina dai capelli rossi soggetto di un suo libro intitolato “Born Gay or Made That Way?” che le è costato il dileggio feroce e perpetuo dei compagni di scuola. Henry e Audrey formano un’accoppiata non pacifica ma solida, specie dopo aver scoperto che anche lei è stata concepita in provetta e potrebbe essere la sua sorellastra.

Fin qui la trama. Che, a patto di dare alla sceneggiatura un’ultima revisione, avrebbe tutte le carte in regola, come le hanno cast tecnico e casta artistico del film, col bravo Jason Spevack nei panni del piccolo Henry carino e irritante quanto basta. Ma di cosa parla il film? Di famiglie zoppicanti? Di inseminazione artificiale? E cosa centra il titolo? È ironico? Certo, il tema della paternità perduta, o taciuta, o surrogata, e di riflesso quello di una maternità cieca e fervente perché frutto di conversione o rinunciataria (Audrey non ha madre) è senz’altro interessante ed attuale ma si fatica a credere che stia qui il cuore del film. L’inquietudine del piccolo e compassato Henry di fronte al dono di un’intelligenza straordinaria e di una memoria fuori dal comune è solo a tratti percepibile e comunque è un sentimento che avrebbe meritato più spazio e più sensibilità. Anche il credo scientista del professor O’Hara, disposto a fare della figlia un caso di pubblico dominio in nome di strampalate teorie educative fondate sul concetto sessuale di genere, e la finale conversione a semplice padre mi paiono un po’ pretestuosi e mal sviluppati.

Il difetto principale del film di Dennis Lee, prodotto nientemeno che da Julia Roberts, sta in un dato di carattere: come alcuni di noi, in certe situazioni tende a strafare, aggiungendo più che togliendo, facendo il verso, complicando inutilmente la trama, senza lasciarci un vero, genuino momento di riflessione. Per esempio. La trama contiene almeno un paio di sottostorie posticce che sono come monete lanciate in aria che ci ricadono in testa molto tempo dopo che ci eravamo ricordati di averla lanciata in aria, come se il regista volesse farci capire che sì, lo sa che a volte le storie hanno bisogno anche di questi boomerang per sembrare più coese, ma poi i boomerang bisogna anche saperli riprendere al momento giusto. Sto parlando dello zio di Henry morto di AIDS appena menzionato nel prologo e visto in fotografia nell’epilogo e del medico dall’accento teutonico che, quando ricompare a distanza di mezz’ora, si stenta a riconoscerlo. Più in generale, i temi trattati si moltiplicano e il regista non sembra interessato a soffermarsi su nessuno di essi, anche se tutto ci induce a pensare che stia sprecando tante energia per qualcosa che gli preme davvero.

Il prologo ricorda l’apertura de “I Tenenbaum”, il capolavoro di Wes Anderson, senza averne il brio, pur compassato, e il ritmo. La lunga conversazione in spagnolo tra nonno Stan ed Henry non ha alcuna ragione di essere evidente e, mentre in quei lunghi minuti ci si chiede se sia un omaggio, una citazione o qualcosa che acquisterà un senso dopo almeno mezzora di film, avviene la rivelazione che finalmente mette in moto la vicenda. E comunque abbiamo passato i venti minuti di film. Il bianco che è nero dentro e parla con accento e movenze da afroamericano è francamente imbarazzante. La tempesta di vento e di pioggia che risucchia via dal suo studio le migliaia di post-it contenente gli appunti del professor O’Hara è precisamente quello che ti aspetti per chiudere una storia cresciuta tanto disordinatamente. Certo non mancano guizzi di acume psicologico e battute sagaci ma non ci sono momenti di vero divertimento, né autentiche concessioni al sentimento o alla meditazione. E a due terzi del film si ha netta la percezione di avere tra le mani un’occasione mancata.

Cosa ci insegna dunque “Jesus Henry Christ”? Che la commedia indie è ormai un genere a sé stante, che è andato definendosi negli ultimi dieci-quindici anni grazie ad alcune piccole e grandi, celebrate o misconosciute perle del cinema americano. In quanto tale comincia a contare un certo numero di film di maniera che usano lo stesso linguaggio, gli stessi stilemi, lo stesso codice in maniera gratuita (ed è il caso di JHC) o per coprire copioni farraginosi e privi di idee. Per capire cosa intendo basta paragonare “Jesus Henry Christ” a film come “Correndo con le forbici in mano” (di Ryan Murphy) o “Il calamaro e la balena” (di Noah Bambach).