Acceso: 21 gennaio, 2013 In: Blog, Parole, Visioni

In occasione della prossima Giornata della Memoria, uscità nelle sale il 24 gennaio “In Darkness”, ispirato alla vera storia di un operaio delle fogne e degli ebrei che proprio nelle fogne nascose per oltre un anno.

In DarknessIl film è stato candidato agli Oscar® 2012 come miglior film straniero, premio andato poi a “Una separazione”. La regista, Agnieszka Holland, polacca, classe 1948, era già stata candidata all’Oscar® nel 1985 con “Raccolto amaro” e nel 1990 con “Europa, Europa”, ed è nota per aver collaborato con Kieslowski ai soggetti della sua celebre trilogia e per aver diretto Di Caprio in “Poeti all’inferno”. Ha girato “In Darkness” con telecamere RED, inquinando la nitidezza del digitale ed ottenendo una “porosità” delle ombre tipica della pellicola.

Scritto da David F. Shamoon (che trae il soggetto dal libro “In the Sewers of Lvov” by Robert Marshall), “In Darkness” racconta la storia vera di Leopold Socha, operaio del sistema fognario e ladruncolo a Lvov, nella Polonia occupata dai Nazisti. Dopo essersi imbattuto in un gruppo di ebrei nelle fogne della città, Socha accetta di nasconderli per denaro. Quello che inizia come un mero accordo “economico” prende, però, una piega inaspettata. Tutti dovranno trovare un modo per scampare alla morte nei 14 mesi vissuti in un continuo stato di allerta.

Se i film sull’Olocausto appartengono a un genere a sé, “In Darkenss” vi rientra a pieno titolo. Che questi film siano ispirati a storie vere (come Schindler’s List, Jona che visse nella balena, Il pianista, Il falsario) o semplicemente raccontino storie inventate ambientate, calate nel drammatico contesto della Shoah (come La vita è bella, Train de vie o Il bambino col piagiama a righe), poco importa. Gli elementi sono più o meno quelli, noti grazie alle testimonianze dei sopravvissuti o desunti dalle carte processuali: brutalità gratuite e insensate, privazioni e umiliazioni, riduzione dell’individuo alla pura materialità biologica, raziocinio e metodo applicati allo sterminio di massa, casualità e fatalismo che si rincorrono a vicenda in un gioco beffardo sul quale pesa la sconcertante, apparente assenza di Dio, atti di silenzioso eroismo e istintualità primordiale, sprazzi di irragionevole, tenace speranza.

Lo scopo è ovviamente conoscere, sapere, essere consapevoli di quanto nel cuore dell’Europa, sotto gli occhi di molti uomini che si ritenevano colti e illuminati è potuto accadere, affinché non possa ripetersi. Passando per sentimenti come l’indignazione, la compassione, la paura – il che non vuol dire che non si possa ridere. Detto questo, i migliori tra questi film riescono a dire qualcosa in più: qualcosa sull’uomo che prescinde dal contesto dell’Olocausto e parla a spettatori di ogni latitudine e di ogni epoca, in ogni condizione sociale. Nel fare ciò aiutano lo spettatore ad immedesimarsi, accorciando la distanza che lo separa dai tragici fatti e facendogli avvertire meno il peso della propria condizione privilegiata. Se scelte di eroismo estremo nascono più facilmente in condizioni di estremo abbruttimento, è anche vero che tutta un’ampia gamma di comportamenti più sfumati, in bilico tra egoismo e altruismo, opportunismo e spirito di sacrificio, sono all’ordine del giorno, in ogni contesto storico e sociale.

Il film della Holland cerca di esplorare questa zona sfumata in un film tutto basato su un contrasto anche visivo tra luce e tenebre. La luce è quella di Lvov (oggi Lviv, in Ucraina) dove le atrocità della guerra sono perpetrate da anonimi, stereotipati, meccanici soldati e ufficiali nazisti compassati nelle loro divise pulite e un po’ rigide; le tenebre del titolo sono quelle delle fogne di Lvov, dove si rifugia un drappello via via sempre più piccolo di ebrei scampati al rastrellamento del ghetto. Ed è qui che viene portata sullo schermo la varietà di comportamenti di cui si parlava: la paura, il tradimento, il coraggio, le ripicche, la compassione, la follia. Per la verità, dobbiamo dire che questa almeno era l’intenzione principale del film, riuscita solo a metà. La sensazione che si ha è che non si sia voluto tralasciare niente e che tutto sia al posto giusto, che tutto avvenga al momento giusto. Che può far volare via il film ma anche infastidire – forse proprio perchè lo fa volare via.

Ma il film ha il suo cuore nel personaggio di Leopold Socha, interpretato magistralmente dal solido e burbero attore polacco Robert Wieckiewicz. Premesso che non è la storia di una presa di coscienza che sconvolge la vita di un uomo qualunque facendone un eroe (c’è anche questo ma non è il motore della vicenda), Socha non è molto distante dallo Schindler del film di Spielberg. Anche qui, Socha pensa più di quello che dice o lascia trapelare con la sua mimica misurata ma si intuisce che il suo opportunismo, la sua indifferenza, il suo egoismo, il calcolo economico sono atteggiamenti di facciata, dovuti ad un’antica consuetudine di vita, e che pur non volendo sapere, tutto ciò che apprende li scalfisce un po’. A mano a mano che procede il film semina qualcosa, qualcosa che, nell’ombra, germoglia e cresce nel cuore di Socha, più insensibile alla luce che tenebroso. Sono i due bambini sperduti nei condotti fognari, le bamboline raffiguranti due ebrei di sua figlia, la sconcertante scoperta che Gesù era ebreo che lo portano a dimenticare il suo prezzo e a chiamare, nella bellissima scena finale, gli uomini e le donne che aiuta a riemergere dal sottosuolo “i miei ebrei”. E che, quando se la vedrà male, gli faranno recitare ripetutamente i primi due versetti della preghiera del Padre nostro, quasi che fosse tutto ciò che ricorda della tradizione cattolica dalla quale proviene.

All’inizio ho temuto di sperimentare una sgradevole sensazione di claustrofobia e quando ho capito che non sarebbe successo ne sono rimasto quasi deluso. Mi sono detto che poteva diventare una potente metafora dell’orrore, della disperazione e del senso di morte incombente coi quali un ebreo doveva convivere allora. Poi ho capito che sarebbe stato un errore puntare su questo perchè avrebbe significato usare l’Olocausto per dire sostanzialmente altro, cedendo ad emozioni facili, mettendo in difficoltà lo spettatore, il quale o si sarebbe messo sulla difensiva o avrebbe appagato un certo qual masochistico bisogno di essere spaventato (cosa che fanno egregiamente altri generi di film). “In Darkness” è invece rispettoso e toccante, crudo e a tratti poetico. Il contrasto di luce e tenebra divide l’universo del film in due e gli conferisce un aspetto quasi favolostico, con Socha libero di entrare e uscire da entrambi come un folletto. Negli sconvolgimenti portati dalla guerra e dagli orrori dei rastrellamenti e dei campi di lavoro, Socha trova lentamente la sua ragione di vita e insieme ciò che fa di lui un uomo. I “suoi” ebrei diventano un pensiero fisso, il solo modo che ha, una volta aperti gli occhi sulla realtà, di resistere di fronte ad essa. La stessa guerra di resistenza che gli ebrei scampati combattono sotto terra, Socha la combatte dentro di sé. Ed è una guerra che ha nemici fuori ma anche dentro di sè.

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