Acceso: 26 aprile, 2013 In: #nonpertinente, Blog, Letture, Parole

Uno scrittore che decida di eleggere un bambino o un ragazzino per raccontare la storia che ha in mente deve essere consapevole che il meno che il lettore si aspetterà da lui sarà di sentir risuonare una voce.

libro-web2Se avete letto “Il giovane Holden” (devo forse citarne l’autore?) o “Molto forte, incredibilmente vicino” (di J.S. Foer) sapete cosa intendo: un tono peculiare e inconfondibile, uno sguardo unico e irripetibile che, traducendosi in parole, pieghi alle proprie esigenze la sintassi e crei, almeno in parte, un lessico nuovo – specchio di un peculiare sguardo sulla realtà. Il resto, tutto sommato, passa in secondo piano: la trama, le idee, il tema, i colpi di scena. Riletto oggi “Il giovane Holden” risulta in effetti un tantino noioso ma è difficile – spero concorderete – dimenticare la voce di Holden Caulfield.

Grace McCleen, che con “Il posto dei miracoli” esordisce con un best seller di portata internazionale, non deve pensarla esattamente come me, perché la voce della sua Judith McPherson, undicenne vessata dai compagni di scuola, stenta un po’ ad imprimersi nella memoria. Ci sono momenti, è vero, in cui il tono generale si eleva e la voce di Judith vibra di poesia (penso allo struggente ricordo della passeggiata mano nella mano col padre), ma in generale non possiamo aspettarci di sentir risuonare tra le pagine de “Il posto dei miracoli” una voce.

Siamo nell’Inghilterra di un paio di decenni fa (prima della diffusione dei telefonini, perlomeno), in Galles per la precisione, qualunque cosa significhi, e Judith vive in un contesto di costante sopruso: nei suoi confronti da parte di Neil Lewis, un compagno di classe bullo e strafottente; nei confronti del padre dai colleghi di lavoro coinvolti in un massiccio sciopero al quale lui ha deciso di non aderire. Tra essi, con un a simmetria piuttosto scontata, c’è nientemeno che il padre di Neil. L’insegnante di scuola, stanco e demotivato, non fa nulla per fare giustizia, nulla nemmeno per tenere un minimo di ordine in classe, e il padre di Judith sembra troppo preso dai propri problemi per accorgersi delle violenze alle quali è soggetta la figlia per via della sua religiosità fervente.

E qui veniamo al cuore del romanzo. Padre e figlia McPherson (la madre è assente e ben presto intuiremo il perchè e il percome) appartengono infatti ad una setta cristiana millennarista: pochi fervidi fedeli che si ritrovano per le catechesi domenicali e per fare proselitismo porta a porta annunciando l’Armageddon ormai imminente, che spazzerà via tutti i non credenti e che lascerà il posto alla terra dell’adornamento (il titolo originale del romanzo è “The land of decoration”), promessa da Dio ai giusti quale ricompensa eterna. Di una simile setta ha fatto parte la stessa Grace McCleen con la propria famiglia d’origine, staccandosene poi alle soglie dell’età adulta, al prezzo – immaginiamo – di parecchie sofferenze e della perdita della fede. In questo contesto, Judith ha ricreato l’idilliaca terra dell’adornamento sul pavimento della propria camera usando creativamente scarti e rifiuti di ogni genere: stoffe, perline, frammenti di specchio, scovolini, cordoni da scarpa, pigne… Qui si rifugia quando tutto diventa troppo; qui ha modo di sperimentare la forza della fede, quella che scaturisce da un seme di senape (il più piccolo dei semi) ed è capace di spostare le montagne. La paura che Neil mantenga la promessa di affogarla nel cesso della scuola le fa desiderare che accada qualcosa capace di fermare il tempo, in modo che il lunedì mattina non venga mai più. Judith pensa ad una nevicata di proporzioni bibliche e fa le prove generali sulla sua terra dell’adornamento. Detto fatto, il mattino successivo la cittadina in cui vive si risveglia sotto una precoce quanto abbondante nevicata.

È il primo di una serie di miracoli di cui si crede capace Judith, che nel frattempo ha preso a conversare nientemeno che con Dio, un Dio invero piuttosto esigente e vendicativo, di stampo veterotestamentario, dai toni spesso beffardi. Tanto che – tra parentesi – ci sentiamo spesso autorizzati a dubitare che non si tratti piuttosto del demonio. Tra i miracoli di Judith, sempre tentata dal desiderio di vendetta nei confronti di Neil Lewis, c’è l’arrivo di una nuova insegnante che prende in mano le reddini della classe e si mette in atteggiamento di ascolto nei confronti di Judith. Ma è forse così scontato confessare di parlare con Dio? E’ opportuno che gli altri sappiano che siamo in grado di operare miracoli?

Judith tiene tutto per sè e ben presto i fatti prendono una brutta piega. Neil e compagni si accaniscono contro la casa dei McPherson in una serie di vandalismi notturni che mette duramente alla prova la tenuta psicologica del padre di Judith; lo sciopero, che agita ormai tutta la cittadina, isola ulteriormente i McPherson dal resto della comunità, che rivolge loro gli sguardi ostili riservati ai traditori; Judith è ormai angosciata dalle conseguenze che le sue azioni potranno avere ed è lacerata dalla sempre forte tentazione di usare il proprio potere per punire e vendicare. Infine, anche la fede, ultimo baluardo al quale aggrapparsi, vacilla. E l’Armageddon, agognato da Judith come tutte le cose troppo temute, è sempre più imminente. Ma la fine dei tempi, con l’implicito discrimine tra salvati e dannati, si carica di aspettative e sensi di colpa, divenendo reale ancora prima di esserlo, vero punto di fuga prospettico di una raltà ormai distorta.

Il romanzo ha una struttura semplice: gli eventi si stratificano uno sull’altro, intervallati da brevi capitoli dedicati alle riflessioni di Judith su fede e fine dei tempi, ai ricordi, alla cura con la quale custodisce il suo mondo in miniatura; la tensione cresce con una progressione lineare e non importa se spesso abbiamo la netta sensazione che tutto stia avvenendo nella mente di qualcuno: la McCleen è brava a dare alla storia il giusto ritmo ed è brava nell’uso delle ellissi, brava a creare intorno ai McPherson un clima claustrofobico e opprimente e brava a creare attorno a Judith un universo ambiguo, dove tutto potrebbe essere il contrario di tutto e dove un’interpretazione letterale della Bibbia può rivelarsi sconvolgente per una preadolescente intelligente e sensibile.

Qui la McCleen fa tesoro della propria storia e dà prova di un buon acume psicologico, almeno per certe dinamiche legate al senso di colpa. Ma la voce di Judith, per tornare al punto di partenza, in qualche occasione si rivela troppo ingenua, in altre va ben oltre le proprie possibilità. Piccolezze, certo; ma che possono essere evitate o con molto mestiere, puntando decisamente sulla verisimiglianza (vedi Holden Caulfield); o creando quella che ho definito voce: eccentrica e affabulatoria, illuminante o spiazzante, poetica e anacolutica finché si vuole, verisimile ma non vera. Vedi, quale esempio a questo proposito, l’Oskar Schell di “Molto forte, incredibilmente vicino”. Il fatto che la narrativa contemporanea sia nutrita di esempi del secondo tipo parla del mestiere di scrivere tanto quanto del mestiere di leggere, del bisogno che noi lettori abbiamo di staccarci dal piano della realtà senza perdere il contatto con esso, di guardare alla vita attraverso il filtro potente di uno sguardo, sì umano, ma altro, salvificamente altro dal nostro.

Ad ogni modo Grace McCleen scrive bene, appena peggio di quanto mi sarei aspettato dal clamore sorto intorno al romanzo (anche se, ad essere onesti, editori e critici non hanno mai battuto su questo tanto). Benché l’autrice dia alle riflessioni di Judith un sottofondo più filosofico che teologico, il romanzo non parla di fede, nè di preghiera; ma dei nostri desideri umani e del bisogno che ne è all’origine: un dolore e una perdita, un senso di colpa, piuttosto che una tensione alla felicità.

Chiudo abbozzando un confronto che non ho avuto il tempo di approfondire. “Il posto dei miracoli” e “Re della terra selvaggia” (il film di Benh Zeitling già recensito) condividono più di un aspetto, tanto a livello di struttura narrativa quanto a livello di dinamiche relazionali: il complesso rapporto padre-figlia, l’assenza della madre, la catastrofe imminente e definitiva, il senso di isolamento. Parliamo di un sentire comune, di temi e problematiche convergenti (anche quando sembrano divergere), non di rimandi espliciti, ma credo che la questione meriterebbe di essere approfondita. Se non altro per capire qualcosa di più sui tempi che stiamo vivendo e sulla relazione padre-figlio (e talvolta Padre-figlio) nella quale tutti, bene o male, siamo nati e chiamati a vivere.

Grace McCleen è nata nel 1981. Dopo aver lasciato la comunità d’origine, ha studiato Letteratura a Oxford e York. Oggi svolge a Londra la sua attività di scrittrice e musicista. Il posto dei miracoli è stato giudicato uno dei quattro debutti piú promettenti del 2012 da«The Sunday Times» e ha vinto il Desmond Elliott Prize per l’opera prima.

Grace McCleen, Il posto dei miracoli, Einaudi Supercoralli, 2013, pp. 304, € 18,00. Disponibile anche in ebook a € 9,99.