Acceso: 6 maggio, 2013 In: #nonpertinente, Blog, Parole, Visioni

“Il lato positivo” è la traduzione italiana di “Silver linings playbook”, titolo di un romanzo non recentissimo di Matthew Quick.

426871E ora dell’ultimo, acclamato film di David O. Russell per il quale ci eravamo tolti il cappello col precedente “The fighter”. La versione italiana funziona nella misura in cui non crea aspettative eccessive, complicate da evoluzioni poetiche o speculazioni intellettuali, ma lascia intendere che quella che vedremo sarà una commedia piena, anzi straripante di voglia di riscatto – e quanto bisogno ce n’è oggi! Scopriremmo meglio quanto funziona se qualcuno che avesse letto anche il romanzo (e non è il mio caso) potesse confermarci che la patologia di cui soffre il protagonista – il bipolarismo – è stata ammorbidita nel film di Russell il quale, piegando il romanzo di Quick alle proprie esigenze avrebbe comunque adattato su di sé un vestito che comunque sembrava confezionato per lui. Dico questo perchè, a fronte di pessime traduzioni di titoli piuttosto recenti (“Se mi lasci ti cancello”, “Un amore all’improvviso”, “500 giorni insieme”), in questo caso non è andata malissimo. E comunque, essendo uscito nelle sale dopo l’assegnazione dell’Oscar (come attrice protagonista) a Jennifer Lawrence, credo che il pubblico sarebbe accorso anche se si fosse intitolato con una serie di numeri. Chiusa parentesi.

Pat (Bradley Copper) è finito in un ospedale psichiatrico per un pestaggio e ha così scoperto cosa non ha mai funzionato in lui: soffre di bipolarismo, un disturbo psichico che lo rende emotivamente instabile e di umore altalentante tra l’esaltazione e la depressione. Un’ordinanza restrittiva lo costringe a vivere nella casa dei genitori, senza la possibilità di avvicinarsi alla moglie Nikki. Eppure Nikki è il suo chiodo fisso e, sorretto dalla convinzione di poterla riconquistare, Pat è deciso ad imprimere alla propria vita una svolta decisiva. In ospedale ha imparato a guardare il lato positivo di ogni questione ed è tutto ciò che farà. Magari con l’aiuto vagamente ricattatorio di Tiffany (Jennifer Lawrence) una giovane vedova dai modi decisi e dalla dubbia fama che, in cambio della possibilità di far avere a Nikki una lettera da parte di Pat, costringerà quest’ultimo a prendere parte con lei ad una competizione di ballo.

Dicevamo di Russell e del suo vestito. “Il lato positivo” è un film che, come il disturbo di cui soffre Pat, oscilla tra due poli opposti e inconciliabili con eleganza, ritmo e spensieratezza; che fa ridere e commuove; che ti fa fare il tifo un po’ per tutti e che trasmette una vibrazione positiva che fatichi a scrollarti di dosso. A proprio agio in situazioni caotiche, dove il disordine familiare o personale, sociale più che esistenziale, si vena di isteria, Russell dirige con mano sicura una commedia dalle molteplici sfumature che non teme gli eccessi e che, terapeuticamente, dà il meglio di sè quando non strafà, quando rallenta il passo, quando adotta un tono medio, senza però perdere il contatto con le ansie, le insicurezze, le fragilità dei suoi protagonisti. Se non che un film dove misura ed equilibrio la fanno da padrone sarebbe inconcepibile – almeno per uno come Russell. Ecco perchè qui tutti a turno devono urlare, sbracciarsi, lanciare libri dalla finestra, litigare, piangere, dare di matto e poi parlare, parlare sempre, per due ore filate: per provare l’esistenza di un baricentro, per cercare il punto di equilibrio. E poco importa se il punto di equilibrio è un finale un po’ patinato in vecchio stile hollywoodiano, dove la colonna sonora prende il sopravvento ed è notte e la città è piena di stelle e lui insegue lei (ma lei chi, poi?) e poi basta sennò vi rovino davvero il film.

“Il lato positivo” è una pellicola ottima sotto tutti i punti di vista. Gran parte del merito va alla storia, certo; ma qui più che mai si ha il sospetto che sia tutta una delicata questione di messa in scena. Dall’adattamento del romanzo di Quick potevano uscire decine di film diversi ma uno solo dotato della grazia e dell’energia necessaria per far convivere dramma psicologico e commedia buonista, tristezza e gioia, rimpianto e voglia di riscatto; e pochi registi potevano attraversare tutti i cliché legati alle boy-meets-girl comedy e alla rappresentazione delle moderne nevrosi senza restarne impelagato. Un’altro nome? Noah Baumbach?

Di grande rilievo sono le interpretazioni di tutti i principali personaggi. Si è parlato molto di Jennifer Lawrence e della sua Tiffany: bella, cupa, ruvida, sensuale, triste e vitale. Personalmente credo che il suo Oscar sia meritatissimo e a metà film glielo si vorrebbe consegnare personalmente. La sua performance ha un po’ oscurato, a torto, quella di Bradley Copper, nei cui occhi azzurri ferve un’inquietudine difficilmente sanabile e una voglia di riscatto palpabile. Francamente, per le capacità attoriali che qui dimostra non ci si spiega dove si sia nascosto fino ad ora. Sbaglio? Robert De Niro, da qualche anno relegato a ruoli imbarazzanti (anche se ammetto di non aver visto il recente remake di “Stanno tutti bene”), sta al suo posto e fa in maniera eccellente il mestiere di una vita; Jacki Weaver interpreta egregiamente la madre che tutti, uscendo da una clinica psichiatrica, vorrebbero avere.

“Il lato positivo” è un film assolutamente godibile per la più ampia delle platee. Nonostante ciò ha un che di faticoso per lo spettatore: il sentimento di benessere e di amore per il genere umano col quale lo spettatore guarda scorrere i titoli di coda è il risultato di una frastornante altalena emotiva in cui personaggi inquieti, sofferenti e a disagio in un contesto sociale popolato da cosiddetti “normali” si cercano come esponenti di una stessa, rara razza. Con una voglia di riscatto e una fiducia nel futuro che ha qualcosa da insegnare.