Acceso: 12 luglio, 2013 In: #nonpertinente, Parole

La seconda prova narrativa di Paolo Giordano si è fatta attendere quasi cinque anni. Come dargli torto. Non dev’essere stato facile rimettersi al lavoro dopo il successo planetario de “La solitudine dei numeri primi”, Strega e Campiello nello stesso anno, il 2008 –  alé!

il-corpo-umano-di-Paolo-GiordanoLo lessi prima che diventasse il caso clamoroso che poi è stato. Mi capitò di ascoltare un Giordano intimidito parlarne in una delle prime interviste radiofoniche e il caso volle che mi trovassi sprovvisto di letture – di letture che non fossero già parcheggiate (e alcune lo sono tutt’ora) nella mia libreria, ovvio. Mi piacque il suo stile misurato, il ritmo, le metafore vibranti seminate con oculatezza. Si vedeva che ci aveva lavorato parecchio e che l’editing aveva fatto il resto ma traspariva un che di istintivo che mi piacque. Mi piacquero un po’ meno i dialoghi e il tono generale della storia, così pregna di maledettismo, di sensi di colpa, di fatalismo. Ma la storia era quella e il successo di pubblico gli diede ragione. Lo chiusi con una certezza: questo Giordano andava tenuto d’occhio.

Alla fine dello scorso anno è uscito “Il corpo umano”, incentrato sulle vicende di alcuni soldati italiani spediti in Gulistan, un’arida e insidiosa regione di quell’Afghanistan teatro di una guerra decennale ormai quasi dimenticata, a presidiare una Forward Operating Base denominata Ice. Tutto comincia prima, o forse dopo, con un breve prologo efficacemente ambientato pochi anni dopo la disastrosa missione (basta la prima, lunga frase del romanzo per capire che non vorremmo leggere ciò che di fatto non potremo smettere di leggere). Ma anche prima, dicevo: prima della partenza per la missione, a Belluno, dove è di stanza la compagnia dei carabinieri prescelta. Qui tutti i personaggi principali hanno vite, relazioni, convinzioni, entusiasmi, paure che porteranno con sé anche oltre la separazione fisica da una moglie, una fidanzata, una madre possessiva: il maresciallo René, il tenente medico Alessandro Egitto o i caporalmaggiore Ietri, Cederna, Torsu, Camporesi… Tutti, ad eccezione di Egitto, veterano della missione che sceglie di prolungare la permanenza in Afghanistan per sfuggire ad un’altra guerra che lo attende a casa, partono  con un carico di conti aperti difficile da sostenere, specie nella cameratesca solitudine avvelenata dall’inoperosità di questa moderna, supertecnologica fortezza Bastiani. Ma un’operazione sul campo, più di facciata che di sostanza, spinge i soldati fuori dall’illusoria bolla di sicurezza della base, in una valle in cui un tempo scorreva un fiume ridotto oggi ad una pietraia assolata e che in una data stagione, si dice, si ricopre di rose selvatiche.

Il titolo del libro, meno pirotecnico e più pertinente del precedente, mi è subito piaciuto: ha quell’aria seriosa da romanzo primo-novecentesco che lo rende assertivo, per nulla ironico. Perchè in effetti di corporeità si parla molto in questo libro: corpi che sudano sotto il sole afgano, corpi che si disidratano per la dissenteria, che fanno (o immaginano di fare) sesso; corpi che a nostra volta immaginiamo solidi, muscolosi, già un po’ macchine da guerra, parti di un arsenale di cui si serve un altro corpo: quello collettivo del plotone, del reggimento, dell’esercito. Corpi che infine muoiono sventrati da un’esplosione, sotto gli occhi dei compagni e del nemico, invisibile, quasi astratto per contrasto. Corpi che sono contenitori di anime, di storie, di idee e sentimenti ma che, in date circostanze, possono (o debbono?) ridursi alla pura materialità di carne ed ossa, divisa e anfibi.

Giordano è bravo a costruire i personaggi, bravo a raccontarci quanto basta delle loro vite e della loro interiorità per indurci a reclamare alla nostra fantasia un volto e un futuro e ancor più bravo, in un sapiente lavoro di osservazione quasi scientifica che non abdica a prerogative proprie della narrazione come l’ellissi, a raccontarci cosa accade dopo, dopo la rischiosa missione oltre le mura della FOB Ice, col suo drammatico esito disgraziatamente aderente alla realtà di questa guerra invisibile fatta di IED (improvised explosive devide = dispositivi esplosivi artigianali): quel sentimento postumo che pervade di inutilità le vite dei sopravvissuti, cambiati per sempre eppure condannati a vivere nel medesimo corpo di prima, riconoscibile per chiunque meno che per loro stessi.

Giordano ha visitato i militari italiani in Afghanistan un paio di volte per conto di Vanity Fair, sul finire del 2010. La permanenza laggiù ha dato origine ad un bel reportage che traspare in filigrana più volte nel corso del romanzo, specie della prima parte, e che accompagna in sordina un po’ tutta la lettura in quell’uso del presente indicativo giornalistico, caso piuttosto raro nella nostra narrativa. Forse è proprio laggiù, lontano dalle aspettative che pesavano su di lui in patria, che scrivendo i suoi appunti ha iniziato a concepire la trama del suo secondo romanzo. Certo quell’esperienza dovette risultargli indimenticabile, anche senza la morte per mano di un cecchino del caporalmaggiore Matteo Miotto (24 anni), avvenuta pochi giorni dopo, l’ultimo giorno del 2010, mentre il numero di VF sul quale compariva il reportage era ancora in edicola.

Ci ho messo un po’ a decidermi a prenderlo in mano e se non lo avessi scovato per caso nella piccola ma dignitosa biblioteca del bagno 188 di Cervia (qualcuno deve averlo dimenticato sotto l’ombrellone) sarebbe probabilmente passato altro tempo. Ma non me ne sarei scordato. Giordano e questo suo corpo umano suonavano nella mia testa come un compito non svolto, un piccolo debito da pagare. Ora che l’ho saldato mi sento meglio e peggio insieme. Meglio perchè Giordano non si è fatto trovare impreparato alla sua seconda prova narrativa; anzi, per molti versi si è superato. E peggio perchè le vicende dei suoi soldati, così poveramente, inconsapevolmente, drammaticamente umane, stentano a ricadere nell’oblio una volta girata l’ultima pagina. Ed è giusto così. Perché Giordano ha scritto un romanzo civile che è insieme vero romanzo e impietosa anatomia di questa nostra civiltà.