Acceso: 23 aprile, 2013 In: #nonpertinente, Blog, Parole, Visioni

Uscito in sordina un anno fa in sole tre sale emiliane, “I giorni della vendemmia”, del reggiano Marco Righi (classe 1983), continua con successo la sua tournée italiana.

I-giorni-della-vendemmia-2010-di-Marco-RighiUso il termine tournée non a caso. Perché il più delle volte si è trattato di mettersi in auto con le pizze sul sedile posteriore e macinare chilometri per raggiungere il cinema di turno. “I giorni della vendemmia” è infatti un’opera prima che ha fatto di necessità virtù sempre e comunque. Prima in fase produttiva, con due sole settimane di riprese in un’unica location (una villa nella campagna reggiana), una troupe under 26 di esordienti e pochi attori; poi in fase distributiva, dove l’essere indipendenti non è stata proprio una scelta ma, in fin dei conti, sicuramente una virtù. In questo anno vissuto sulla strada Marco Righi (e talvolta Simona Malagoli di Ierà, casa produttrice della pellicola, pure esordiente) ha incontrato il pubblico di tutta Italia, sedendo in sala gomito a gomito (ma, dopo la centesima visione, Marco entra solo verso il finale!) e rispondendo alle domande della platea dopo i titoli di coda, insieme ad alcuni esercenti di sale che conducono una disperata lotta di resistenza contro i multisala e le distorte logiche distributive vigenti.

Nel febbraio del 2012 Marco fu bravo a infilare all’ultimo minuto il film in un buco distributivo. E’ vero, erano solo tre sale per una sola settimana, ma “I giorni della vendemmia” aveva alle spalle ben 25 festival nazionali ed internazionali e sette premi. Con queste credenziali ha continuato a bussare e a spendersi in prima persona ed oggi, dopo più di un anno, la pellicola sta ancora girando il Paese.

Io l’ho vista in una gremita sala d’altri tempi, seduto in seconda fila su una scomodissima e cigolante poltrona in legno del cinema Ariston di Castelnuovo Rangone (provincia di Modena). Cosa che, devo ammetterlo, ha contribuito ad aggiungere sapore a questa pellicola un po’ fuori dal tempo. In parte perché è ambientata nel 1984 (avevo 6 anni), durante una manciata di quei caldi giorni di settembre segnati dalla morte di Enrico Berlinguer; in parte perché i tempi, i movimenti di macchina, i silenzi di questo film fatto soprattutto di sguardi sono lontani dal linguaggio di tanto cinema contemporaneo.

La storia è semplice e lineare. Elia è un adolescente che vive con i genitori e la nonna paterna in piena campagna emiliana. Sono i giorni della vendemmia e nel podere arriva dalla città la bella e sofisticata Emilia, universitaria in procinto di laurearsi. I due lavorano fianco a fianco lungo i filari maturi ed Elia non tarda ad invaghirsi di lei. Completano il quadro una madre molto religiosa, un padre comunista in lutto per la morte di Berlinguer e Samuele, fratello maggiore di Elia, inconcludente ma fascinoso, che torna improvvisamente da Londra. Senza dimenticare la musica, le sigarette fumate di nascosto, P.V. Tondelli, citato anche in apertura (Elia tiene “Altri libertini” sul comodino), e il paesaggio, questi ultimi sorta di co-protagonisti del film. A loro infatti Righi (reggiano di provincia, proprio come lo scrittore di Correggio) a dichiarato in più occasioni di essere molto debitore.

Buona parte del peso del film poggia sulle spalle del giovane Marco d’Agostin (Elia), alla sua prima apparizione sullo schermo, bravo e ben diretto, con un volto d’altri tempi che si impone e lascia intuire proprio il tipo di sensibilità che Marco ha scritto per il suo Elia. Lo affianca degnamente Lavinia Longhi, attrice con alle spalle già diversi lavori (ad esempio con M.T. Giordana), bella e sensuale, misteriosa e insieme solare. Marco Righi scrive una storia semplice ma raffinata, dove parlano gli sguardi e i silenzi della campagna, dotata di una sorta di necessaria coerenza interna affidata a oggetti concreti (l’accendino, il giradischi, i fili della luce, un cappello di paglia). Dirige sulla base di poche idee chiare, togliendo (anche e soprattutto dall’inquadratura) più che aggiungendo, senza alcun horror vacui. L’uso di focali medie o lunghe ha la doppia funzione di escludere e di valorizzare: escludere eventuali fonti di inquinamento della scenografia, visto che parliamo di un film ambientato nel 1984; e valorizzare volti e corpi, dotati di una forza espressiva che produzioni più patinate avrebbero ottuso. Lo sguardo del regista si muove in sintonia con i ritmi della terra e di una stagione estiva esausta ma ancora percorsa da fremiti di vitalità. Sulla scelta di ambientare il film nel passato, Righi ha spiegato in un’intervista che “Se attualizzassimo la vicenda però dovrebbe esserci di mezzo la tecnologia, Emilia vendemmierebbe dando fugaci occhiate all’iPhone, e Elia, al posto di una cartolina di Cesenatico, andrebbe su Facebook. Nonostante ciò, credo che di Elia ne esistano ancora oggi, più di quanti crediamo”. Scelta azzeccata perché non credo che diversamente, mutatis mutandis, avrebbe potuto mettere in scena la memorabile sequenza della pedalata serale di Elia ed Emilia, lirica e nostalgica, sensuale e crepuscolare.

“I giorni della vendemmia” è un piccolo film ben scritto e ben girato, che con poco ha saputo fare molto, a debita distanza dai cliché dei generi e dall’autoreferenzialità di certo cinema d’autore. La ristrettezza di mezzi quasi non si percepisce mentre la territorialità (mai forzata o macchiettistica) aggiunge valore. Dalla visione emerge un’estetica chiara, che può anche non piacere, ma che nel contesto del cinema italiano contemporaneo porta un po’ della freschezza di certo cinema francese (il ciclo delle stagioni di Rohmer su tutto) senza averne la verbosità e l’inconcludenza. Auguriamo sinceramente a Righi una seconda volta. Magari con più mezzi, e più scrittura, ma nel segno dell’essenzialità e della misura che hanno caratterizzato il suo esordio.

Questo è il sito dedicato alla promozione del film http://www.igiornidellavendemmia.it/