Acceso: 28 aprile, 2013 In: #nonpertinente, Blog, Letture, Parole

Un romanzo corale scritto splendidamente che affronta tematiche legate alla fede cristiana attraverso un sapiente intreccio di storie.

COP_Zaccuri_dopo-il-miracolo2Lo ha scritto Alessandro Zaccuri col suo “Dopo il miracolo”, uscito lo scorso autunno per Mondadori. Un esempio di narrativa cattolica che riesce, come di rado accade, a intrattenere e far riflettere, stimolando interrogativi non scontati sulla maturità della propria fede e lasciando, a lettura terminata, quell’appagamento che lasciano le grandi storie un po’ fuori dal tempo, capaci però di sondare in profondità il cuore dell’uomo.

 Teatro di quasi l’intero romanzo è il seminario della Vrezza, situato sul primo appennino emiliano, in una località immaginaria vicina e al contempo lontana dal capoluogo, cuore pulsante della diocesi, e ugualmente vicina e lontana da Roma, cuore pulsante della cristianità (e dell’ortodossia) cattolica. Siamo alla metà degli anni Ottanta; pochi anni prima, il medesimo giorno in cui comincia questa storia (13 maggio, festa della Madonna di Fatina), Giovanni Paolo II è miracolosamente (a proposito di miracoli) sopravvissuto ad un attentato. La crisi delle vocazioni è cominciata da almeno un decennio ma il seminario ospira ancora diversi studenti: ragazzi appena ventenni come pure uomini fatti, mossi da una vocazione tardiva ma sincera, magari vedovi con figli. Tra i professori troviamo un certo don Alberto, un pretino posato e riflessivo, schivo e studioso, filosofo e teologo di razza con trascorsi romani piuttosto chiacchierati. Non fosse altro perchè esponente di una sotterranea corrente teologica non proprio in linea col magistero.

Il romanzo di apre col suicidio di Beniamino Defanti, fratello minori del seminarista Guido, rispettivamente ultimo e penultimo dei dodici (come le tribù di Israele, gli apostoli, le stelle che fanno da corona alla Vergine Maria dell’Apocalisse…) figli di Attilio, capostipite timorato di Dio di una famiglia di viticultori arricchitisi col mercato del vino da tavola. Sulla morte di Beniamino, impiccatosi appena diciottenne alla recinzione del seminario, viene coinvolto l’ispettore Canova che, scoprendo ben presto di non avere gli estremi per aprire un’indagine ufficiale, si offre di indagare privatamente. Nel frattempo la Vrezza viene stretta da un assedio composto e salmodiante di fedeli appartenenti ad un movimento chiamato Confraternita della Devozione Celeste che fa capo ad una certa Maria Sole, quarantenne ex sessantottina pentita e convertitasi in seguito alla miracolosa guarigione della figlia. Guarigione della quale attribuisce la paternità proprio a don Alberto, che di miracoli proprio non vuol sentir parlare. Le varie vicende si intrecciano, il passato torna a galla, le biogreafie di ognuno vengono sviscerate o almeno tratteggiate nel giro di una sola, illuminante frase simile ad una voce del martirologio cristiano. Il prato antistante la Vrezza diviene teatro di una battaglia tra due interpretazioni della fede apparentemente inconciliabili, alla quale Zaccuri conferisce un’andatura epica, salvo smitizzarla col frequente, calibratio ricorso all’ironia.

I temi del romanzo sono molteplici: c’è la vita intera, nella caleidoscopica complessità delle sue sfaccettature, e dietro – dietro le quinte – dove si muovono i macchinari di scena, c’è un’esperienza tangibile di fede, matura e consapevole, tanto da calarla in forme e figure di una narrazione solida. Intorno alla Vrezza ci sono esempi di fede popolare e di fede tramata di ragionamenti; c’è il senso di colpa e di inadeguatezza che una certa idea di Dio malamente intesa può ingenerare; c’è lo stupore per i segni della presenza del divino nel quotidiano e la fervente attesa del miracolo maiuscolo; c’è la passione di un uomo per una donna e il colpo di testa di una coppia di adolescenti; e c’è conversione e conversione, come in materia di umanità c’è vita e vita.

Servono i miracoli? Sappiamo vederli accadere attorno a noi? O li vediamo solo quando qualcuno (magari TV e stampa) gridano al miracolo? E cosa lascia dietro di sé il miracolo? Cosa viene dopo, dopo che la grazia di Dio ci ha toccato in maniera tanto inequivocabile da farci sentire dei prescelti?

Lo scontro finale della battaglia che si prepara ai piedi della Vrezza si combatte nel segreto di un sacramento in cui l’umanità pentita torna all’abbraccio di un padre buono e misericordioso; di un sacramento che è il più semplice e insieme il più grande se è vero che le ultime parole di Cristo sulla croce sono state parole di perdono; un sacramento in cui il sacerdote si fa intermediario della misericordia di Dio e, come insegna la storia del santo curato d’Ars, può anche fare a meno di tutta la teologia e la filosofia del mondo.

Non a caso è proprio confessando la figlia del miracolo che don Alberto, testardamente negazionista in materia di miracoli, cercando di dribblare la pressante e definitiva domanda dell’adolescente se ella sia o non sia stata destinataria di un miracolo le dice: “Noi siamo forse tutti figli di un miracolo”. Dove miracolo è evidentemente sinonimo di mistero. Allora sì, a patto di chiamarlo così, il miracolo esiste, ed è quotidiano, minuscolo e infinito, puntuale e continuo. E’ il mistero della nostra figliolanza con Dio; è il mistero della storia di salvezza nella quale ci troviamo inseriti; è il mistero della bellezza e del dolore vissuti sotto lo sguardo di Cristo, nella varie forme che essi possono assumere.

Zaccuri ha una scrittura elegante e ricca di echi. Il suo narratore è solidale coi personaggi (un po’ alla Verga de “I Malavoglia”) ma allo stesso tempo guarda tutto da un piano più elevato (un po’ alla Manzoni, per capirci), passando con disinvoltura da una vicenda all’altra, dal passato al presente, perfettamente a proprio agio nella dimensione corale del racconto. Un’ironia affettuosa, che ha ascendenti guareschiani e – ancora una volta – manzoniani, sorveglia ogni pagina scongiurando il pericolo che qualcuno (Zaccuri incluso) si prenda troppo sul serio, con un esercizio di umiltà quasi cristiana.

Qui Alessandro Zaccuri introduce il suo romanzo per gli spettatori dei Rai Letteratura.

Qui un’intervista che Zaccuri ha rilasciato a Federico Platania sul tema: “Scrittori e cristiani”.

Alessandro Zaccuri è nato a La Spezia nel 1963. Lavora nella redazione culturale milanese del quotidiano “Avvenire”. Collabora inoltre con le riviste “Letture” e “Lo straniero”. Giornalista, scrittore e critico letterario, è autore dei saggi Citazioni pericolose: il cinema come critica letteraria (Fazi, 2000) e Il futuro a vapore: l’Ottocento in cui viviamo (Medusa, 2004). Ha inoltre pubblicato il reportage narrativo su Luciano Bianciardi Milano, la città di nessuno (L’Ancora del Mediterraneo, 2003). Finalista al Premio Campiello con il romanzo Il signor figlio (Mondadori, 2007), nel 2008 ha pubblicato per Mondadori il romanzo Infinita notte.

Alessandro Zaccuri, Dopo il miracolo, Mondadori 2012, pagine 259. Disponibile anche in ebook.