30Dic
Acceso: 30 dicembre, 2018 In: #nonpertinente, Pensieri sparsi

Mancano poche ore all’anno nuovo ed è tempo di auguri. Certo, quelli di chi scrive per mestiere dovrebbero essere fatti di parole, e anche i miei lo saranno. Ma, come capita a chi fa il mio lavoro, fatico a sentire mie parole troppo spese come quelle che ci si scambia in queste circostanze.

Per questo proverò ad inventarmi un augurio tutto mio; spero vi piaccia. Per farlo è essenziale che punti sul contenuto, non sulle parole. Non quindi un modo nuovo di dire qualcosa che nuovo non è. Per capirci:
– non “un tempo speciale” invece di “buone feste” (tono iperbolico);
– non “fa’ il bravo” al posto di “abbi cura di te” (approccio confidenziale, quasi amicale);
– non “un 2019 scintillante” invece di “felice anno nuovo” (taglio sognante);
– non “non ti smentire mai, eh, mi raccomando: resta il solito fesso” invece di “un 2019 pieno di soddisfazioni” (piglio sarcastico);
– non “sarà il tuo anno, lo sento” invece di “un grande 2019” (tono incoraggiante, oggi diremmo ispirazionale).

Puntare sul contenuto significa provare a dire cose, se non proprio nuove, almeno vere, sincere; e farlo con parole opportune: né sciatte né eccessive. Misurate, pertinenti. Significa, soprattutto, augurare qualcosa che valga la pena di finire rubricato, seppur nei piani bassi della classifica, tra i buoni propositi per il 2019; qualcosa che io per primo augurerei a me stesso. Ed eccola una cosa che vorrei proprio riuscire a fare nel corso del prossimo anno: vorrei – ed è l’augurio che faccio anche a voi – ritrovare una certa confidenza col silenzio e con la solitudine. Spiego.

In questo momento, per scrivere, sto utilizzando un software pensato per massimizzare la concentrazione: un editor di testo molto basilare che sgombra lo schermo da qualunque cosa non sia le parole che sto aggiungendo l’una all’altra, punto. Riga dopo riga, virgola, compaiono al centro della pagina formato 16:9 del monitor, in una finestra piuttosto ridotta (ma regolabile), sullo sfondo di un paesaggio innevato, dove la linea dell’orizzonte, interrotta da sparuti alberi simili a neri ricami neurali, separa a stento il cielo dalla terra. Via la barra delle applicazioni, via l’orologio, azzerate tutte le notifiche, via anche il cursore. Niente grassetto, niente corsivo, niente suggerimenti ortografici, nessuna possibilità di cambiare font o colore del testo: nessuna tentazione di forma. Solo contenuto, insomma.

Tutto questo per dirvi che da una pagina innevata si leva parecchio silenzio. Quello che pare scomparso dai nostri giorni feriali (e forse anche da quelli festivi); quello che, quando si manifesta così prepotentemente (anche se in forma traslata, come in questo caso), spaventa pure un po’: per la sua pienezza, per la sua rotondità, per quanto sconfinato si rivela, per l’intensità con cui sembra stare in ascolto proprio di noi. Un silenzio che non può non evocare la solitudine. Ed eccoci, era qui che volevo attivare: a un certo tipo di solitudine. Quella buona, quella che non si subisce ma che, piuttosto, si corteggia.

La solitudine che ho in mente è tante cose insieme:
– una grande stanza confortevole, piena di luce morbida e di oggetti (foto, libri, cartine, souvenir, matite 2B, vecchi skateboard, cappellini raccolti in giro per il mondo) che sanno stare al loro posto, come in un fermo immagine, e non cascano dal margine superiore del campo visivo come le notifiche dei nostri smartphone;
– una fotografia in cui hai sedici anni: taglio di capelli orribile, felpa logora della Best Company appartenuta al figlio di amici di famiglia e lungo pizzetto informe da bassista metal;
– la collina dietro casa dove giocavi da piccolo, senza orologio al polso, senza guinzagli tecnologici, senz’altro che il momento presente, l’ora della cena segnata da un tenue cedimento della luce pomeridiana e dalla voce di vostra madre in lontananza che vi (perché c’è sempre un amico con te) richiama alla base;
– un certo sofisticato modo – da flaneur di provincia – di perdersi per le strade del centro senza un soldo in tasca, fingendosi annoiati.

La solitudine che ho in mente siamo noi quando rientriamo a casa, noi che sappiamo stare in equilibrio su una gamba, noi che parliamo da soli ad alta voce, noi che passeggiamo per la stanza senza pestare le fughe delle piastrelle mentre cerchiamo di mettere in fila i pensieri. Noi con carta e penna in mano, un foglio bianco da riempire di scarabocchi mentre siamo al telefono con noi stessi. Noi che inseguiamo a fatica un’idea rimettendo ordine nella libreria. Noi che ci annoiamo, sant’Iddio: sì, ci annoiamo. Anzi, noi che ricordiamo di esserci annoiati, e tanto, perché ricordarlo dopo avere raccolto i frutti insperati della noia è qualcosa di impagabile.

La mia specie di solitudine siamo noi che aspettiamo l’altro: immaginandoci come sarà, quale timbro di voce avrà; aggiustandoci le punte del colletto, pensando a cosa dire quando sarà ora. Noi che ci chiediamo quale nome dare al contrario della solitudine perché lo abbiamo conosciuto ma, forse, non abbastanza. E comunque dargli un nome significa in qualche modo archiviarlo, metterlo da parte e passare ad altro.

La solitudine che mi (e vi) auguro è anche un momento: quello in cui abbiamo chiaro chi siamo e – dettaglio non trascurabile – perché lo siamo. E in questo momento pieno di direzioni, in questa postura tutta nostra che viene prima del primo passo, scegliamo di non bastarci. Sì, perché in fondo – per chi c’è riuscito – riacquistare confidenza con la solitudine significa anche trovare nuovi modi per superarla, per farne il controcanto ritmico necessario di un movimento di segno opposto, la pausa tra un atto e l’altro, il battere di un levare.

Penso a gesti, idee, spazi, sguardi che facciano da ponte tra gli individui, tra un “noi” e un “loro”; tra storie che, pagina dopo pagina, si affannano per azzeccare il colpo di scena e segretamente aspirano a un finale memorabile. Ecco, è uscito lo scrittore che è in me. E allora, da scrittore – mannaggia – non posso fare a meno di pensare anche a parole, contenuti, toni e approcci comunicativi che non guardino più l’altro (il cliente?) dall’alto in basso; che puntino sul dialogo e sulla complicità; che partano da idee e valori condivisi, barattabili (quasi) alla pari.

Clienti, dicevo. Perché penso a modi di vendere e comprare prodotti, servizi e idee che partano da una premessa forse ingenua: siamo umani; tutti noi, sul ciglio di questo fragile crinale, in questo preciso momento che a ben vedere è piccolo piccolo. Le nostre solitudini si assomigliano, i nostri sogni anche. Giochiamocela da uomini e donne. Con parole autenticamente, schiettamente umane.

Andiamo a cercarle nella nostra solitudine, se è necessario. Quando è necessario. E trasciniamole fuori da essa.

Una cosa l’editor di testo minimale che sto usando me la dice, discretamente, in corpo 6. Ho superato le 1000 parole, una delle quali è un avverbio di modo di 14 lettere (sic). Questo vuol dire che posso permettermene ancora una, fatta a brandelli dall’uso ma pazienza.

Auguri.