Acceso: 2 maggio, 2013 In: #nonpertinente, Parole

Anni fa, insieme ad alcuni amici (tra cui la mia futura moglie e il mio futuro testimone di nozze) scrissi un programma radiofonico per una radio di Modena…

Ogni puntata si apriva con un piccolo monologo in cui, prendendo spunto da una strisca dei Peanuts (di Charles M. Shulz, 1922-2000), cercavo di mettere a fuoco, in maniera leggera e a volte bislacca, un tema, un’idea, un pensiero, un sentimento. Questo è il pezzo che apriva l’ultima puntata di quella fortunata stagione della radiofonia italiana. Il programma, per la cronaca, si chiamava “Salva con nome”. Sì, come quello di Radio24 – ma prima, lo giuro.

38361_1450426255457_1077260128_1293458_1628589_nSapete perché i Promessi Sposi è un grande romanzo? Non per la trovata geniale del manoscritto, né per l’italiano seicentesco perfettamente ricostruito in pieno XIX secolo. Lasciate stare la Provvidenza, la storia d’amore contrastato, la conversione dell’Innominato, le decine di personaggi indimenticabili. I Promessi Sposi è un grande romanzo perché non finisce con la classica frase “e vissero felici e contenti”, cosa che auguro di cuore a Renzo e alla Lu. La felicità non c’entra. Il fatto è che Manzoni si dilunga: ci fa sapere cosa è successo dopo. Dopo il loro ricongiungimento, dopo la morte di fra Cristoforo, dopo il matrimonio. A costo di rovinare un grandissimo romanzo, Manzoni non riesce ad abbandonare i suoi personaggi e la tira per le lunghe, scrivendo alcune delle più belle pagine. Più belle, proprio perché vengono dopo la fine, per così dire.

È quello che capita anche a me. Girata l’ultima pagina di certi romanzi muoio dalla voglia di sapere cosa faranno i personaggi, come se la caveranno nella vita di tutti i giorni dopo quelle 2-300 pagine di gloria, dopo il loro quarto d’ora di notorietà, dopo che il sipario sarà stato richiuso. È tanta la voglia che mi capita persino di sognarli certi personaggi, di sognare la loro vita dopo l’ultima pagina.

Rientrando in treno da un recente viaggio, mi sono addormentato sfogliando un vecchio album dei Peanuts. Ed ho inziato a sognare.

Charlie Brown ha quasi quarant’anni, gestisce una specie di cartoleria dove vende carta da lettere, fumetti, aquiloni, cibo per cani e guantoni da baseball. Non farà i soldi ma ci campa. Sempre meglio che fare il barbiere. Al ballo del diploma è quasi riuscito a parlare alla ragazzina dei capelli rossi ma lei lo ha preceduto. Gli ha chiesto se poteva reggerle il suo drink mentre lei andava a salutare un tizio con una grossa motocicletta. Così Charlie Brown s’è ingollato il drink della ragazzina dai capelli rossi e non ha più pensato a lei per il resto della vita.

Linus insegna in una scuola per sordomuti dove segue anche il laboratorio di orticoltura. Ogni estate, insieme ai suoi ragazzi, raccoglie cocomeri giganteschi. Nessuno può sentirlo parlare da solo ad alta voce – nessuno tranne Franklyn, il bibliotecario. Ha nel cassetto un trattato di etica che forse non finirà mai di correggere. La sua coperta da sfogliare.

Sally adesso insegna. Odiava così tanto la scuola che ha finito per trasformarla nella sua casa. Ha scritto un romanzo piuttosto fortunato da cui sarà tratto un film. Anche se lei si è giù pentita di aver ceduto i diritti. Il libro parlava di un fratello e di una sorella che prendevano strade opposte e poi si perdevano ma alla fine si ritrovavano al funerale di un vecchio insegnante di college. Il libro porta una dedica: ” Per L.

Snoopy è sparito una ventina d’anni fa insieme al suo Van Gogh. È montato su una grossa cabrio in direzione del deserto. Ha caricato suo fratello Spike e insieme hanno superato il confine col Messico. Pare che adesso, sotto un nome ogni volta diverso, facciano gli sceneggiatori per il cinema – e con grande successo. Tutto merito di Spike, dicono i più maligni tra i meglio informati.

Anche Piperita Patty è partita anni fa. Adesso fa parte di una comunità nomade che attraversa il paese da un capo all’altro a bordo di caravan e roulotte piuttosto malconce. Vive fabbricando a mano sandali che iniziano ad avere una certa notorietà grazie ad un sito che dall’ufficio al cinquantesimo piano di un grattacielo di Chicago la vecchia Marcy le tiene costantemente aggiornato. Chiusa nel suo cubicolo Marcy lavora per una società di statistica. Lei sa quanto la gente ha fiducia nel futuro, quale marca di detersivi acquista con più frequenza, quale parere la comunità afroamericana ha del governatore dell’Illinois.

Schroeder fa il pianista. È tutta la vita che suona il piano, d’accordo. Adesso però fa il pianista-concertista. Tokyo, Parigi, Roma, Londra, Sidney: ha girato tutto il mondo. La notte, esce sul terrazzo delle suite in cui alloggia, e guarda la città. Prende il cellulare e chiama un numero dall’altra parte del mondo. Quando all’altro capo rispondono lui scandisce quanti giorni mancano al compleanno di Beethoven.

Ogni anno in quella data Lucy prende un volo per Vienna. Attende al solito caffè una persona e poi insieme vanno a comprare fiori da posare ai piedi del monumento a Beethoven. Poi vanno a cenare in una fumosa birreria del centro dove suonano musica folk dal vivo. A fine serata, quando i ragazzi della band siedono al bancone a farsi un paio di wurstel con birra, lui chiede il permesso di strimpellare qualcosa. Imbraccia la chitarra e lui e Lucy intonano una canzone che non saprebbero dire quando e come hanno imparato. Ok, suonare la chitarra non è la cosa che sa fare meglio. Però quei due fanno lo stesso venire la pelle d’oca.

Quando il capotreno ha annunciato l’arrivo a destinazione mi sono svegliato di soprassalto. Non sapevo se avevo fatto un brutto sogno o un incubo un po’ meno che spaventoso.

Non ce l’hanno fatta. A crescere, intendo. Non che lo avessero desiderato poi molto o ci si fossero messi troppo d’impegno, ma non ce l’hanno fatta. O non hanno fatto in tempo. Perchè Charles Schulz, Sparky per gli amici, è morto prima che una botta di demenza senile gli facesse balenare la balzana idea di farli crescere. Ho pensato molto al perchè ma non sono mai arrivato ad una risposta definitiva. E’ vero, il format era quello, quella una delle garanzie del successo planetario e si sa: squadra che vince non si cambia. Poi c’è un dato biografico, psicologico se vogliamo, legato alla storia personale di Schulz. Ma non solo.

Mentre il mondo andava avanti (dopoguerra, Vietnam, contestazione, controcultura, consumismo, rivoluzione informatica…) e il cinismo – un cinismo soffice e ironico, col quale tutti periodicamente flirtiamo – dilagava propagandato dalla televisione, Charlie Brown e compagni hanno rappresentato un baluardo in difesa di pochi sentimenti puri legati all’infanzia. Non dico che la cifra dei Peanuts sia il candore o l’innocenza: c’è indifferenza, incomprensione, rabbia, frustrazione e invidia, come c’è gioia, poesia e stupore. E’ solo che tutto è vissuto per quel che è, fino in fondo. Nessuna paura di mostrarsi deboli, nessuno stigma verso le debolezze altrui. Niente cinismo, la cifra di certo mondo adulto. Ci voleva qualcuno che preservasse la nostra parte infantile e quel qualcuno è stato Schulz. Ecco una delle ragioni del successo di questa striscia (di questo contenitore di immagini, metafore, sentimenti).

Ma dicevamo che Linus e soci non sono mai cresciuti. Credo che non lo abbiano fatto anche perché, intorno a loro, non c’erano adulti. Fateci caso. Qualche voce fuori campo (la maestra, la signora Van Pelt che porta a spasso Replica in bicicletta) ma niente adulti. Nessun modello quindi al quale rifarsi, ambire o dal quale discostarsi. E questo, col passare dei decenni, a mano a mano che la società occidentale regrediva in un giovanilismo vacuo e dadaista, è divenuto un segno quasi profetico.

Detto questo, a me piace pensare che i Peanuts non siano mai cresciuti perchè in quella loro infanzia provinciale e stilizzata, fuori dal tempo e aforismatica, c’era già tutto. Una consapevolezza totale e disarmante della complessità e molteplicità della vita. Ma tutto in corpo minuscolo e mai gridato (nemmeno quando Lucy rovesciava Charlie Brown con uno dei suoi urlacci); in forme minori, con quel sermo humilis che talvolta stentiamo a riconoscere quando sono i nostri figli piccoli a usarlo e ad utilizzarlo a nostra volta. Magari sedendoci sui talloni per guardarli negli occhi.