17Dic
Acceso: 17 dicembre, 2018 In: #nonpertinente, Parole

L’altro giorno pensavo alle parole. Ok, ci penso spesso, in effetti. Ma in quell’occasione mi sono spinto lontano, non c’è che dire.

Sono partito da alcune parole desuete (come appunto l’aggettivo desueto), ho messo in fila alcune espressioni buone per tutte le stagioni (per non usarle mai, mi auguro) e mi sono perso un bel pezzo, saltando dall’una all’altra, tra quelle parole che non sanno proprio stare da sole e che immediatamente ne chiamano a raccolta delle altre, in modo simbiotico. Per esempio: l’attesa tende generalmente ad essere estenuante. Il consiglio è sempre spassionato, l’esodo è quasi sempre biblico, nel buio si tende immancabilmente a brancolare…

Ma non mi sono fermato lì. Parola dopo parola sono finito tra quelle che quasi venti anni fa Francesco Dragosei ha chiamato parole donnola. La donnola è un simpatico animaletto (immaginatevi un furetto; anzi, beccatevi una foto) noto per essere ghiottissimo di uova. Questo la porta, appena le è possibile, ad avventarsi sulle covate altrui, a praticare un piccolo foro nel guscio e a succhiarne il contenuto. In questo modo il malaugurato genitore pennuto può andare avanti a covare inutilmente per lungo tempo prima di scoprire il fiero pasto.

Le parole donnola si comportano alla stessa maniera. Sono parole che sono state logorate dall’uso senza che ce ne accorgessimo, al punto da divenire inutili, svuotate di ogni senso proprio come le uova assalite dalla donnola. Le usiamo e le stra-usiamo ma quando lo facciamo diciamo tutto e niente. Ma più niente che tutto.

La colpa è ben distribuita ma grande peso ha avuto il mondo della pubblicità che per sua natura tende a non fermarsi davanti a nulla. Prendete la parola cuore. Dopo i teneri cuori di carciofo sott’olio, dopo il cuor di mela dei biscotti per la colazione e dopo il morbido cuore di crema delle brioches confezionate chi potrà più credere che titoli come “Va’ dove ti porta il cuore” (ricordate il best seller di Susanna Tamaro del 1994?) non siano scritti da un comico con intenti parodistici?

L’area emotivo-affettiva è quella più saccheggiata: cuore, amore, abbracci (che sono biscotti), baci (che sono cioccolatini), libertà (che si conquista usando un certo bagnoschiuma)… Ma anche la famiglia non se la passa meglio. In America, alla fine degli anni Settanta, un artista noto come Richard C. espose in un museo un curioso ritratto di famiglia: un’accozzaglia di prodotti commerciali che sfruttavano un po’ tutti i ruoli familiari, usurpando persino nomi personali. C’era la mamma mayonese, lo zio Ben, la piccola Ruth (uno snack al cioccolato citato anche nei Goonies, il film di Richard Donner della mia infanzia) fino al gatto, di nome Kit (cibi per felini venduti anche in Italia).

Nel mondo della scrittura professionale le parole donnola sono ovunque. Ci siamo abituati alla loro presenza e non sembrano nemmeno così pericolose. Eppure penetrano nelle pagine “chi siamo/about” dei siti aziendali e le prosciugano di significato, si insinuano nei company profile e li rendono interscambiabili tra loro, si grassettano per decantare le proprietà superlative di un prodotto in modo da renderlo assolutamente identico al prodotto concorrente. Le parole donnola possono addirittura farti spiccare il salto di carreggiata: un testo pensato (beh, non troppo, evidentemente) per un asciugacapelli può essere agevolmente riciclato per un tablet, un divano può rivestirsi delle stesse parole scritte per un cappotto scamosciato. Un vero campo minato dal quale non è facile uscire indenni. E la blacklist del copy coscienzioso si allunga: eccellente, esclusivo, qualità, performante, implementare, leader, materico, ampia gamma…

Vai a sapere perché, nella mia testa tutta questa faccenda delle parole donnola è entrata in collisione con questa striscia dei Peanuts (l’ho detto, mio figlio le leggiucchia senza troppo interesse) in cui Piperita Patty, appena tornata dalle vacanze, suona subito a casa Brown.

“Hey, Ciccio… sono venuta a vedere se ti sono mancata”.

Charlie Brown casca dalle nuvole: “Se mi sei che cosa!?!

“Ma sì, se ti sono mancata!” dice Piperita Patty. “Insomma, se hai sentito l’abbandono… le ore di struggimento… se la vita non aveva più senso… roba così”.

Ciccio non sa cosa dire e si guarda attorno imbarazzato: non ha dedicato a Patty neanche un pensiero durante la sua assenza. Ma Patty non è una che si perde d’animo.

“Lo so – dice – è difficile tradurlo in parole, eh?”.

Sì, è difficile tradurlo in parole se prima non ci siamo presi cura delle nostre parole. Se le lasciamo incustodite e non le coviamo con attenzione. Se non ci sforziamo di infondere loro nuova energia attingendo alla loro etimologia, da accostamenti nuovi, da collocazioni capaci di sorprendere. Se finiamo per usarne troppe, sperperandole come se tempo e attenzione (quindici anni fa avrei scritto pazienza, oggi mi accontento di una manciata di secondi di attenzione) di chi legge fossero infiniti. Come sto facendo io, per esempio. Quindi, stop, fine delle trasmissioni.