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Acceso: 10 dicembre, 2018 In: #nonpertinente, Parole, Pensieri sparsi

Per qualche tempo, quando aveva quattro anni e mezzo, mia figlia è stata innamorata di Gaston, il villano mascellone e muscoloso de La Bella e la Bestia, secondo la versione a cartoni animati della Disney.

Oltre a vedere e rivedere il cartone, le piaceva ascoltare la canzone in cui Gaston tiene banco nell’osteria del villaggio, spalleggiato dal suo tirapiedi, il quale ne canta le gesta e ne tesse, iperbolicamente, le lodi. Inoltre, quando giocavamo con le Barbie e i supereroi del fratello (Ken in versione superomistica), c’era sempre qualche paladino costretto a vestire i panni di Gaston. E a comportarsi da idiota spaccone per tutto il tempo. Tra parentesi, spesso toccava a un Batman vecchio stile (pre-trattamento di Tim Burton).

La scena della taverna, chiassosa ed eccessiva, divertiva mia figlia per il taglio fracassone che i registi le hanno dato, per il piglio smaccatamente, orgogliosamente cafone di Gaston. Ma sotto sotto io e mia moglie sapevamo che nostra figlia stava subendo il fascino del belloccio tutto muscoli e (ma questo non poteva averlo chiarissimo) niente cervello. Niente di grave, intendiamoci. E infatti mia moglie sorrideva, alzava le spalle rassegnata e cercava di assumere un’espressione rassicurante, come a dirmi: capita, passerà.

Mosso da sincera curiosità un giorno ho chiesto a mia figlia (manco avesse sedici anni) cosa ci trovasse in quel pallone gonfiato di Gaston, in quel – testuali parole – “tronfio smargiasso borioso”. Questa fila di crasse parole nuove di zecca ha deliziato un mondo mia figlia. Quando mi ha chiesto cosa significassero le ho risposto che descrivevano il carattere di Gaston: un microcefalo palestrato pieno di arie. Da allora e per qualche tempo quando mi chiedeva di descriverle il carattere del suo idolo lo facevo con profusione di epiteti e aggettivi, e con suo grande diletto.

Di volta in volta Gaston era un millantatore, un vanaglorioso, una canaglia, un arrogante e un saccente; uno spaccone, un fanfarone, un gradasso, un mascalzone. Un guascone, un pallonaro, uno sbruffone e un bullo. Esaurita la scorta di vocaboli che ricordavo a memoria ho aperto il dizionario dei sinonimi  (ah, quale gioia!) e dei contrari, aggiungendo qualche pezzo importante alla mia collezione di epiteti tesi a screditare Gaston agli occhi di mia figlia. Che comunque sembrava trovare la cosa sempre più divertente.

Ecco che Gaston diventava un ammazzasette, un trombone, un bravaccio, uno sbombone, un insolente e un prepotente. Un manigoldo e un filibustiere, un teppista e un disgraziato, un fellone e un lazzarone. Uno spocchioso sfacciato, un presuntuoso insolente. E mia figlia rideva, rideva di gusto. Non so se ho ottenuto l’effetto contrario: magari i tipi tutti muscoli e pochi libri finiranno per farle simpatia, perfino tenerezza. Ma adesso ha cinque anni, c’è tempo per preoccuparsi…