Acceso: 26 gennaio, 2013 In: Blog, Letture, Parole

Ho ignorato “Amabili resti” per molti anni, insospettito dal successo planetario e timoroso che fosse troppo cupo, troppo crudo. Invece è un romanzo luminoso e pieno di speranza.

Amabili restiI critici lo ricevettero otto mesi prima (ottobre 2001) ma uscì solo nell’estate del 2002, mentre le macerie di Ground Zero fumavano ancora, e vendette un milione di copie suppergiù nel primo mese di vita, divenendo l’esordio più eclatante dai tempi di “Via col vento” di Margareth Mitchell, oltre mezzo secolo prima. Questa elaborazione di un lutto tutto speciale (il lutto per la propria morte) è di certo servito a una nazione intera per fare i conti con l’undici settembre. Ma prima di tutto è servito alla sua autrice, Alice Sebold (classe 1963), che nel 1981, ancora matricola all’università di Syracuse (stato di New York), subì uno stupro perpetrato da uno sconosciuto arrestato poi anni dopo. Quella drammatica esperienza era già emersa, in maniera molto più viscerale, nel precedente racconto autobiografico “Lucky”. Detto questo, letto a distanza di dieci anni, “Amabili resti” resta un romanzo sorprendente, perfettamente in bilico sul confine tra fiction di intrattenimento e letteratura, senza traccia di morbosità e governato da una sorta di grazia misteriosa. In due parole: la rielaborazione artistica di un dramma personale pienamente compiuta. Con uno degli incipit più belli che abbia mai letto e un primo capitolo (quello dedicato alla violenza) asciutto e ipnotico:

Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973. Negli anni Settanta, le fotografie delle ragazzine scomparse pubblicate sui giornali mi somigliavano quasi tutte: razza bianca, capelli castano topo. Questo era prima che le foto di bambini e adolescenti di ogni razza, maschi e femmine, apparissero stampate sui cartoni del latte o infilate nelle cassette della posta. Era quando ancora la gente non pensava che cose simili potessero accadere.

E invece una sera Susie, quattordicenne intelligente e sensibile della provincia bianca americana, incappa nel signor Harvey, quarantenne vicino di casa schivo e un po’ strano (costruisce case per bambole) ma comunemente ritenuto inoffensivo. Invece l’uomo la attira in una sorta di tana scavata sotto un campo di granturco e la violenta. Poi ne smembra il corpo e lo porta a casa propria in un sacco, in attesa di farlo sparire per sempre. Già dalle prime indagini quello di Susie Salmon si rivela un caso difficile e ben presto il ritrovamento di un gomito mette fine ad ogni speranza di ritrovarla viva. Distrutta dal dolore, la famiglia di Susie deve affrontare la dura realtà, ognuno a suo modo, come sopravvissuti. Il padre di Susie lo fa tempestando la polizia locale di segnalazioni riguardanti il signor Harvey. Ha infatti intuito che è lui il colpevole ma Harvey, che ha già ucciso in passato, è molto abile a mantenersi al di sopra di ogni sospetto. Nel frattempo Susie appare di volta in volta a tutti, specie a Ruth, una coetanea che non era nemmeno la sua migliore amica ma che lo diventa dopo la sua morte, al punto che l’assassinio di Susie diventa una vera ossessione anche per lei – contribuendo a fare di questo libro anche (ma non solo, per fortuna) un giallo perfetto e insieme atipico (infatti conosciamo da subito il colpevole). “A quattordici anni mia sorella prese il largo da me per avventurarsi in un territorio nel quale io non ero mai stata. Tra le pareti del mio sesso c’erano orrore e sangue; tra le pareti del suo, finestre”. Intanto passano i mesi, poi gli anni. I fratelli di Susie crescono, entrando in quel regno – l’adolescenza – sulla soglia del quale lei si è fermata; i coetanei si diplomano e vanno all’università; i genitori si allontanano e si riavvicinano; cambia la moda e la musica che i giovani ascoltano; ci si innamora e si torna a guardare al futuro.

Quando ero piccola papà mi metteva seduta sulle sue ginocchia e prendeva in mano la palla. La capovolgeva perché la neve si raccogliesse tutta in cima, poi con un colpo secco la ribaltava. Il pinguino è tutto solo, pensavo e mi angustiavo per lui. Lo dicevo a papà e lui rispondeva: “Non ti preoccupare, Susie, sta da re. E’ prigioniero di un mondo perfetto”

A narrare il tutto, come si nota, è proprio Susie che, con un espediente coraggioso ben maneggiato, vede tutto, conosce tutto, entra ed esce dalle vite di chi è rimasto. Chiusa come il pinguino in un suo cielo perfetto – metafora, ha suggerito qualcuno, della perfetta infanzia americana degli anni Settanta preservata da ogni macchia, chiusa dentro quartieri immacolati dove vivono famiglie da pubblicità, distrutta dal mondo esterno – Susie racconta tutto con una consapevolezza più ampia della sua breve vita ma con lo spirito spensierato, curioso e allergico ai compromessi della preadolescenza. Questa prospettiva postuma eppure ancora personalissima è la trovata più bella del romanzo, la più ardita e ricca di conseguenze, sia a livello di intreccio che di scrittura; l’ossatura amabile, la cifra di questo romanzo. Visto dalla prospettiva di Susie, distaccata ma incrinata da una leggera nostalgia che cattura il lettore, il tempo che passa sembra essere il vero protagonista del romanzo; il solo, blando, paziente rimedio per il dolore suo e di quelli che restano. Il cielo su misura di Susie, affacciato come una terrazza sul nostro mondo, è in realtà una specie di limbo, l’anticamera di un paradiso non meglio identificato. Al quale potrà accedere solo a condizione che smetta di desiderare certe risposte. “Se smetti di chiederti perché ha ucciso te invece di qualcun altro, e smetti di analizzare il vuoto lasciato dalla tua perdita, e di chiederti cosa provano quelli che sono rimasti sulla terra, potrai essere libera. In parole povere, devi chiudere i conti con la terra”,le viene consigliato. Ma naturalmente Alice Sebold non lascia che Susie lo faccia. E quando lo farà il romanzo avrà trovato la sua morale e il suo titolo e Susie saprà finalmente apprezzare “gli amabili resti cresciuti intorno alla mia assenza; i legami – a volte esili, a volte stretti a caro prezzo, ma spesso meravigliosi – nati dopo che me n’ero andata”. Senza che il suo tono di voce perda sincerità e limpidezza, Susie cresce, acquista consapevolezza della complessità della vita e delle relazioni adulte, sperimenta per procura le emozioni connesse alle tappe della vita e infaticabile raccoglie segnali di speranza tutt’attorno. Vive una propria formazione differita e simbolica che la porta a maturazione e le consente di chiudere il romanzo con lo stesso tono asciutto e distaccato dell’inizio: “Auguro a tutti una vita lunga e felice”.

Alice Sebold non si impantana in spiegazioni. Harvey ha alle spalle una storia di abbandono parentale ma in questo romanzo uccide principalmente perché rappresenta l’inevitabile dose di male, di disordine e di irrazionalità connaturata alla vita. Susie è la vittima sacrificale e insieme il rimedio, che consiste in uno sguardo come dall’alto, che tutto vede e tutto abbraccia. E coglie le interconnessioni reciproche e i legami tra le persone, messi alla prova ed affinati dal passare del tempo. Il regista Peter Jackson ha tratto dal libro l’omonimo film del 2009 che però non ho ancora visto. Il film è valso a Stanley Tucci (alias Mr. Harvey) l’Oscar® come miglior attore non protagonista.

Alice Sebold, Amabili resti, edizioni e/o, Roma 2011, 345 pagine, 11 euro, nell’ottima traduzione di Chiara Belliti. Disponibile anche in ebook.