Acceso: 13 giugno, 2013 In: #nonpertinente, Parole

IMG_9310 copiaLentamente ma inesorabilmente, le nostre vite si stavano rivelando qualcosa di peggio che esistenze ordinarie. Stavano diventando pallide, opache, una percentuale di se stesse – e noi con esse. A fine giornata, sulla pelle dei nostri visi si depositava una patina di sudore misto a polvere e a smog che ci irritava impedendoci di sfregarci gli occhi per scacciare un po’ di stanchezza. Anche toccare le proprie mani provocava disagio. Le sere in cui non aveva piovuto, dal parabrezza dell’auto – una gloriosa Volvo Polar che restava parcheggiata dieci ore al giorno al margine di una larga strada di pianura che poteva portare dovunque e invece portava solo a un lotto di terra semiedificata abbandonato – il tergicristallo spazzava via la polvere minuta depositatasi durante il giorno generando deprimenti nuvolette che volteggiavano per qualche secondo prima di ripiovere a terra. Così stava accadendo alle nostre esistenze. Questa consapevolezza era irritante, ma anche l’irritazione poteva essere considerata uno stadio transitorio, una forma di avvicinamento allo stadio finale: la rassegnazione.

Ma fortunatamente la Via della Rassegnazione, non diversamente da più nobili filosofie di vita alle quali fingevamo di interessarci durante le conversazioni da ufficio, era lunga e ardua. Ci irritava essere pagati poco perché sapevamo benissimo che il più diffuso metro di giudizio del valore era il denaro – e ci irritava non riuscire a dargli l’importanza dovuta. Ci irritava dare le precedenze agli incroci perché ci sembrava di essere gli unici a dare le precedenze agli incroci. Ci irritava esserci illusi di possedere talenti che in realtà non ci erano mai veramente appartenuti. Ma ancora di più ci irritava scoprire di averli posseduti e dilapidati, come cattivi amministratori, prima ancora dei trent’anni.